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ATTI DEL FORUM MEMBRI IBISG - EMILIA ROMAGNA MARCHE
Bologna, domenica 22 giugno 2003, Circolo Benassi

BREVE ANALISI INTRODUTTIVA

Intervento di Marco Alberani

 

Vorrei ringraziare tutti quelli che ci sono. Mi dispiace molto per quelli che non sono riusciti a venire, mi riferisco non a quelli che sono in vacanza (meglio per loro) o hanno avuto problemi, ma a quelli che fondamentalmente per questioni di paura, o di incapacità di dialogo, hanno inventato alcune scuse molto pittoresche per non venire a questo Forum. Lo scopo non è creare divisioni ma approfondire; se non sono venuti pensando che qui si creino divisioni o si crei un'altra Soka, secondo me hanno sbagliato, molto.

Questo intervento è molto lungo, e quindi al Forum sarà ridotto. Di seguito riporto la versione integrale.

Il 30 marzo di quest'anno, a Roma, si è tenuto il primo Forum Nazionale dei membri IBISG, per incontrarsi e discutere fuori dagli schemi classici dell'organizzazione e trovare soluzioni ai sempre più frequenti disagi dei membri.

Durante la preparazione del Forum ERM, ho pensato che fosse necessario una premessa di carattere storico: a mio avviso, la situazione qui in Emilia Romagna è molto diversa da quella di Roma: alcuni membri, qui, non hanno ancora chiaro cosa è successo, o al più pensano che qualche membro o responsabile abbia abbandonato l'organizzazione, e che ora sia tutto a posto.

Ovviamente non è così: problemi ce ne sono sempre stati, ma l'indirizzo dell'organizzazione e i fatti accaduti negli ultimi tre anni non sono eventi isolati, né tanto meno fisiologici o naturali.

Cercherò di fare un veloce quadro della situazione, sicuramente parziale, dal momento che è una mia personale analisi, e dal momento che tante vicende sono state nascoste ai più, e l'informazione è stata parziale o fuorviante. C'era un canale di informazione ufficiale, attraverso il Nuovo Rinascimento, che è l'organo ufficiale dell'IBISG, e poi tutta una serie di informazioni che gironzolavano in maniera un po' confusa. Vorrei prendere in prestito una citazione riportata nell'intervento introduttivo di Roma, nel quale si parla di informazione:

"Il dott. Toynbee ha svolto delle ricerche sullo sviluppo e il declino di tutte le civiltà mondiali. La sua conclusione è: "Le minoranze di persone creative che aprono nuove ère divengono minoranze dominatrici. Esse cambiano la loro natura. Da quel momento civiltà e società ricominciano a distruggersi" […]. In ogni caso ci sono sempre dei sintomi precursori. Il dott. Toynbee poneva l'accento su uno di questi in particolare: quando i leaders ricorrono al segreto e cercano di mantenere nascosti anche i dettagli più insignificanti. Così essi presentano alla gente un aspetto inaccessibile attraverso il quale traggono la forza per la loro autorità. Questo è l'aspetto di una religione chiusa".
(D. Ikeda, A proposito di una religione aperta, Seikyo Shimbun, 21/06/93)

Nascondere l'informazione.

"Non vi può essere vera democrazia a meno che i cittadini di un paese comprendano che essi sono i sovrani e i protagonisti principali, agendo di conseguenza con saggezza e responsabilità. La democrazia non adempierà alla sua missione a meno che gli individui si alzino con maggiore informazione e coinvolgimento e, uniti, lottino in favore della giustizia, controllando le attività dei potenti". (D. Ikeda, Giorno per giorno del 13/04/03)

Non voglio fare paragoni fra potenti e non potenti: qui siamo tutti membri.

"Se non fai domande e non risolvi i tuoi dubbi, non puoi disperdere le oscure nuvole dell'illusione […].
(Lettera a Niike SND vol. 4 pag. 253)

Io penso che se siamo qui, è perché ci siamo fatti o ci stiamo facendo delle domande, e soprattutto vogliamo contribuire a produrre un cambiamento nel nostro sangha buddista. Per non citare fatti e fatterelli, discutibili e per i quali in alcuni casi non ho le prove, vorrei citare brevemente alcuni editoriali del Nuovo Rinascimento. Un lavoro simile è già stato fatto da altri, e, senza togliere importanza a analisi significative, vorrei ricordarvi uno scritto che ritengo molto serio: una lettera nota come Nichiren22. Ricordo ancora il corso autunnale 2001 a Bellaria, durante il quale l'allora vice direttore generale urlò e inveì contro questa lettera, criticandola duramente. Ebbe però una grave dimenticanza: non ce la lesse, cioè non ci diede l'opportunità, a noi comuni mortali membri, di farci un'idea di quanto scritto in quella lettera; io la ritengo una grave mancanza di rispetto per le persone.

Prima di iniziare con gli editoriali, premetto che rileggendoli, a distanza di un paio di anni, mi sono veramente vergognato di non essermi reso conto di quello che leggevo e di aver bevuto tutto senza batter ciglio. E' proprio vero che:

[…] noi abbiamo anche la tendenza a ignorare completamente quelle informazioni che entrano in conflitto con il nostro schema, mentre ci impadroniamo ciecamente di tutte quelle informazioni che sembrano confermarlo.
(David I. Kertzer, Riti e simboli del potere, Laterza, 1989, pag. 111)

Rileggendo in sequenza questi editoriali, si vede chiaro il disegno che c'è sotto, e che ha portato a un sistema autoritario. Letti uno alla volta, mi è stato difficile a volte capire cosa c'era di sbagliato. Cercherò di inserire ogni editoriale nel contesto degli avvenimenti del periodo in cui è uscito: fuori dal contesto, alcuni scritti sembrano ineccepibili.

NR 209, Luglio 1999

"… vorrei ricordare anche quanto è importante la comunicazione all'interno del movimento buddista. Il valore della comunicazione sta nella possibilità offerta ai responsabili di poter aiutare a risolvere situazioni complesse, problematiche o particolari dei fedeli. Ovvio che se non vengono a conoscenza di questi problemi, è impossibile che questa linfa scorra dai responsabili ai membri e, cosa forse ancora più importante, viceversa dai membri ai responsabili".

Al meeting di Carpi del 14 aprile 2002, che vedremo più avanti, è stato chiarito che un responsabile non è una guida per un membro, ma un compagno di fede, che ci accompagna davanti al Gohonzon. Il responsabile non ha il compito di risolvere i problemi dei membri, ma di incoraggiarli ad andare davanti al Gohonzon: ognuno ha già in sé la Buddità. In quel periodo molti si sono improvvisati psicologi, e davano consigli allucinanti. Dichiarando che il valore della comunicazione sta nel passare informazioni su particolari situazioni dei membri, a mio avviso si inizia a porre le basi per quella che è stata una pratica troppo diffusa negli anni seguenti: la delazione, informare il "responsabile superiore" di notizie riguardanti altre persone, a volte anche della loro sfera privata, per poi usarle a sfavore di quella persona. La vita privata di ogni persona è da rispettare in ogni caso. Fra l'altro, non si capisce a cosa si riferisca l'espressione "questa linfa".

In questo stesso editoriale si introducono tre punti fondamentali, dapprima passati come consigli, poi divenuti Direttive:
- No ai rapporti sessuali fra membri
- No al prestito di denaro fra membri
- No a società fra membri.

A partire da Aprile 2000, la maggior parte degli editoriali del Nuovo Rinascimento ha un denominatore comune: la severità e la sofferenza.

NR 218, Aprile 2000

"Nella Soka Gakkai è la stessa cosa che nella vita personale, bisogna imparare a lottare e avere il coraggio di andare fino in fondo. Questo vuol dire prima di tutto ascoltare bene le direttive e seguirle precisamente senza interpretarle in modo personale. Il nostro motto dovrebbe essere "Fare ciò che c'è da fare presto e bene". Diffidate di quei responsabili che non sono mai severi, che non vi dicono la verità quando fa male e che vi danno solo pacche sulle spalle".

Il sillogismo usato qui è, secondo me, tremendo: andare fino in fondo significa seguire precisamente le direttive ? E chi le dà queste direttive ? Inoltre, non si chiarisce cosa significa essere severi, e quale dolorosa verità possiedono i responsabili. Ricordiamoci, tutti quanti, che il potere che ha un responsabile su di noi glielo stiamo dando noi, non ce l'ha lui o lei !!

NR 220 Giugno 2000

In questo numero, nell'articolo a pagina 24, è contenuta la famosa frase "ognuno ha i suoi tempi", a firma del responsabile nazionale Divisione giovani del momento. Questa frase venne violentemente criticata dall'allora vice direttore generale e da altri responsabili, in varie occasioni. Perché? Perché contrastava con il concetto imperante di "adeguare la nostra vita al ritmo di kosen rufu" (strano concetto di Kosen Rufu), concetto che sarà poi esposto nel NR n° 226 del Dicembre 2000. Poco dopo, a pagina V dell'inserto dedicato al corso estivo contenuto nel NR n° 224, appaiono le scuse, confuse, dell'autore di quella frase, ora giudicata da lui stesso "infausta". Ma francamente, io non ho capito cosa ci fosse di sbagliato in quella frase, e nemmeno si dice quale sarebbe stata la frase "giusta". Capire il tempo e la predisposizione delle persone non è forse un concetto fondamentale del buddismo di Nichiren Daishonin ?

NR 221 Luglio 2000

In questo editoriale si affronta uno dei principi buddisti: buoni e cattivi amici.

Riprende il concetto di responsabili severi, chiarendo che "questo concetto, infatti, è la chiave per crescere e svilupparsi correttamente nella fede". Ma stiamo parlando di fede buddista, o di cosa ?

Più avanti, parla dei buoni amici, "quelli, in poche parole, che si sforzano di creare un ponte fra noi e il Gohonzon, fra noi e il Daishonin, fra noi e il maestro, fra noi e la Soka Gakkai, permettendo che la Legge - che, non dimentichiamolo, di per sé è severa - venga trasmessa a tutti i fedeli nel modo più puro. […] Chi si pone come un filtro fra noi e il maestro e trasmette solo il suo punto di vista, anche se si proclama amico - e magari ci crede - è il peggiore dei nemici".

Nel Gosho "L'eredità della Legge fondamentale della vita" si legge:

"Shakyamuni, che ottenne l'illuminazione innumerevoli eoni fa, il Sutra del Loto, che conduce tutte le persone alla Buddità, e noi comuni esseri umani non siamo assolutamente differenti o separati gli uni dagli altri". [SND, vol. 4 pag. 222].

Allora, di quale ponte stiamo parlando? Fra l'altro, nella seconda frase dice esattamente il contrario. Allora, dobbiamo fare da ponte, da filtro o cosa?!

In questo stesso editoriale si inizia e demonizzare l'espressione "poverino", di seguito abolita dal gergo buddese usato all'interno dell'organizzazione, e si introduce il concetto più avanti espresso dalla formulina "al maestro si risponde 'sì'", prima ancora di capire.

Di nuovo si usa il concetto di severità, ma attenzione "Severità non è cattiveria, è precisione".

Rileggerlo adesso mi fa scappare da ridere, ma questi ragionamenti nascondono germi che hanno creato mostri in poco tempo. In quel periodo tutti erano severi con tutti, correggevano tutti, tutti eravamo psicologi, capivamo tutto di tutti, tranne che di noi stessi.

NR 222 Agosto 2000

Cambia la firma, ma il concetto di severità non manca, e nemmeno quello di "poverino". Ma qui si va oltre, accennando al fatto che "oltretutto, il permissivismo educativo è stato ampiamente criticato e unanimemente condannato come un fallimento", senza però spiegare minimamente cosa sia questo permissivismo educativo (permissivismo verso cosa?): simili affermazioni gratuite e fuori dal contesto producono solo idee parziali o distorte su questioni importantissime.

NR 223 Settembre 2000

Ecco finalmente la formula magica: "Nel mondo della fede si deve rispondere, sì! Dal momento che maestro significa più esperienza, più compassione, più conoscenza, discepolo significa poca esperienza, poca compassione, poca conoscenza, e allora prima occorre "fare" ciò che indica il maestro, eventualmente se ne può discutere in seguito".

Questa frase si commenta da sola, ma non mi va giù l'idea di "poca compassione, poca conoscenza" (sicuramente Sensei ha più compassione e più conoscenza di me): non mi sembra molto rispettosa verso la Buddità insita nella vita di ogni essere umano. Ma il Gosho non dice che è attraverso la fede e non attraverso la conoscenza che si manifesta la Buddità?

Sempre in questo editoriale, si dà un'interpretazione allucinante del concetto di compassione buddista: lasciare in carcere il proprio figlio drogato (così continua a drogarsi là dentro) in modo che paghi il suo debito verso la società, in altre parole, la sofferenza come espiazione: ma non è un'altra religione che dice queste cose ?

In ultimo, si trasmette la linea manageriale dell'istituto, che ormai appare sempre più distante da una comunità buddista:

"I Direttori generali hanno spiegato che si possono togliere le responsabilità a chi è fermo e non sta realizzando il suo compito e quindi intralcia il progresso di kosen rufu, questo è il momento in cui si cercano talenti e quindi ci saranno persone che dalla responsabilità di gruppo passeranno magari a quella di hombu o da settore a quella di territorio".

Questo concetto di kosen rufu è molto strano: se non sei efficiente, ubbidiente e valoroso, intralci kosen rufu!

E' successo anche a me: dopo 17 anni di pratica e di attività buddista, ho attraversato il momento più duro della mia vita, da tutti i punti di vista, specialmente familiare; i miei responsabili di allora hanno usato (forse inconsapevolmente) questo momento per demolirmi ancora di più, arrivando a dirmi che finché soffrivo così non potevo essere di incoraggiamento a nessuno, perché la responsabilità di capitolo (che avevo io allora) sarebbe stata sempre più dura, e io non ce l'avrei fatta. Inoltre, secondo loro ero completamente di fuori, dato che il mio capitolo non cresceva, e che i miei problemi erano solo alibi.

Sono arrivati a dirmi, durante una "visita a casa" (che razza di slogan) che con la mia ragazza sarebbe andata a finire sicuramente male, perché non seguivo le direttive dell'organizzazione. Sono riusciti, in due anni, a suicidarmi dalla responsabilità di capitolo, cioè hanno fatto di tutto perché fossi io a decidere di lasciarla. In altri casi i responsabili sono stati cacciati fuori personalmente, anche con forza (alcuni sono qui presenti). Questo è il risultato del concetto di compassione buddista espresso in questo editoriale.

Inoltre, la gestione delle nomine descritta qui sopra, ha prodotto in molti casi una serie di responsabili perfettamente manovrabili in quanto inesperti, giovani di fede (e a volte anche nella vita) e soprattutto disposti a tutto. Per quello che ho visto io nel mio ambito di attività, molti di questi erano schiacciati dal senso di colpa, di inadeguatezza e di inefficienza, incapaci di rispondere a sempre più pressanti richieste di attività da parte dei loro superiori.

Una organizzazione buddista che propaga una fede che crea senso di colpa, non sta propagando una fede, ma una superstizione: la fede deve creare libertà. Se poi una persona decide di dedicare 24 ore al giorno alle attività della Soka Gakkai va benissimo, se è una sua scelta personale, ma sentirsi in colpa se non ci si riesce non rappresenta a mio avviso una fede buddista.

NR 225 Novembre 2000

Introduce il concetto di cultura buddista, a mio avviso un po' confuso, anche perché non è chiara la differenza fra essere buddisti e cultura buddista. "Ci si può accontentare del solo fatto di essere buddisti o si deve ricercare qualcosa di più?". Non viene chiarito cosa significa essere buddisti e accontentarsi di esserlo, e in cosa consista questo "di più".

NR 226 Dicembre 2000

"Il movimento di kosen-rufu ha un ritmo. Anche la vita ha un ritmo, e se vogliamo salire anche noi sul carro di questo grande movimento dobbiamo adeguare il ritmo della nostra vita a quello di kosen-rufu".

Non si dice chi stabilisce il ritmo di kosen rufu, ma è chiaro il concetto: se non riesci a star dietro alle attività dell'IBISG, sei fuori!.

NR 229 Febbraio 2001

"Per questo motivo chi ha riportato una condanna penale dovrebbe praticare il Buddismo nella propria casa finché non ha saldato il debito con la giustizia e non dovrebbe essere invitato nelle case private, nei centri o ai corsi organizzati dall'Istituto. Nessuno si può sostituire a un verdetto emesso dal tribunale dello Stato: questa è saggezza".

Si affronta un tema molto delicato in modo confuso, senza chiarire chi può e chi non può partecipare alle attività dell'Istituto. In questo editoriale è detto in maniera esplicita il motivo: il riconoscimento dell'IBISG da parte dello Stato Italiano. Inizia a farsi strada il concetto di "proteggere l'Istituto", di dare una buona immagine dell'Istituto alla società: questo ha portato nel tempo a una "pulizia" di tutte quelle persone che non si adeguavano alle direttive.

NR 230 Febbraio 2001

In questo editoriale, ma anche in altri precedenti e seguenti, si fa un largo uso della autoreferenzialità dell'Istituto, utilizzando i riconoscimenti ricevuti nelle varie città italiane come misura della "bontà" dell'organizzazione, o addirittura della validità del rapporto maestro-discepolo, in quanto entrambi lodati dalla società.

A questo proposito, vorrei ricordare una frase detta proprio qui, al circolo Benassi, durante una riunione generale nel Febbraio 2002, da un responsabile nazionale: "se dietro una qualunque onorificenza a Ikeda c'è la sofferenza anche di una sola persona, questa onorificenza non vale niente".

Questa frase è stata completamente disattesa, soprattutto qui a Bologna. Dal quel momento, infatti, si decise l'obiettivo di 10 cittadinanze onorarie al presidente Ikeda a Bologna e comuni limitrofi, mostre a destra e a manca, ma non si è fatto niente per risolvere le sofferenze delle persone, da quel che mi risulta.

NR 233 Aprile 2001

Elenca tutte le caratteristiche di una persona severa, contrapponendole a quelle di una persona rigida. Consiglio di leggerlo attentamente per farvi un'idea degli strafalcioni contenuti in queste righe. L'effetto deleterio che si è manifestato a seguito di questi concetti confusi, è stata la tendenza a correggere sempre e comunque tutti, in modo "severo", spesso senza capire assolutamente il problema o la sofferenza di chi stava di fronte.

NR 234 Aprile 2001

Qui viene espresso un concetto a mio avviso pericoloso: non accettare passivamente le direttive decise dal Consiglio Nazionale ("etica del dovere"), ma interiorizzarle e farle proprie ("etica della virtù"), in modo da trasmetterle correttamente agli altri. Ho subìto un simile processo nell'ambiente di lavoro: esistono strumenti molto potenti per la creazione del consenso, dando l'illusione di credere veramente in quello in cui ci hanno detto di credere.

Per fortuna, la cosa non ha funzionato del tutto, almeno per quanto ho visto io nella mia zona, perché ho avuto a che fare con molti responsabili che ripetevano a pappagallo le direttive, le nuove linee guida, senza averle nemmeno capite! Inoltre si dice esplicitamente che le decisioni venivano prese collegialmente per il bene di tutti: in realtà è stato più volte dichiarato, anche recentemente, un certo dissenso su questioni importanti discusse nel Consiglio.

Dal punto di vista di un membro che non partecipa alle riunioni del Consiglio, vedere che gli editoriali del NR portano sempre la stessa firma, non trasmette certo un senso di collegialità.

NR 237 Giugno 2001

E' già iniziata la campagna diffamatoria verso alcuni responsabili italiani che praticano da molto tempo, dichiarati in gran parte "responsabili anziani fuori uso" e allontanati. Vengono usati aggettivi sprezzanti, come "burocrati" e "portaborse" in modo confuso e generalizzato; non dico che non ci siano state persone che hanno sbagliato in passato, ma non si può generalizzare così.

Dal settembre 2000 sono già state tolte o abbassate più di 600 responsabilità, alcune anche molto alte. Il dissenso è evidentissimo, ma del resto è già stato espresso dalla dirigenza (in altri luoghi e momenti) il famoso concetto "da questo momento è abolita nella nostra organizzazione l'espressione "non sono d'accordo"".

Mi chiedo: un sociologo che ci guarda, cosa penserà? Buddista? Organizzazione buddista? Ente Religioso?

NR 239 Luglio 2001
Si continua a parlare di sofferenza, di quanto è dura la vita, di quanto sia importante essere rimproverati severamente dai responsabili, che sono indispensabili per raddrizzare la nostra ombra "storta".

Questa parola verrà usata più volte per giudicare la fede delle persone che hanno espresso un qualunque tipo di dissenso. Non si chiarisce che ogni persona ha in sé la Buddità e la capacità, attraverso il Gohonzon, di attingere ad essa. Nel finale dell'editoriale, si afferma che i principi della Soka Gakkai (e non si chiarisce quali), ci permettono di controllare la nostra emotività e di costruire valori morali. Cosa ? Una delle cose che mi ha fatto abbracciare il Buddismo è stata proprio la mancanza di una qualunque moralità a cui attenersi…

NR 240 Luglio 2001

Continua l'elogio della sofferenza: si parla dapprima della sofferenza causata da qualcun altro e poi di quella interiore.

Riguardo la prima, è chiaro che si cerca di legittimare azioni di diffamazione, o i famosi "culi" che sempre più spesso venivano fatti da più responsabili in "visita a casa" dei membri (o di altri responsabili), come dire: chi ha qualcosa in contrario con le linee dell'Istituto non è altro che un invidioso, che incolpa gli altri della propria sofferenza. Io ci sono cascato in pieno.

Riguardo il secondo tipo di sofferenza, si fa un'affermazione veramente offensiva (rileggendola ora mi sono veramente arrabbiato), che dimostra la completa ignoranza riguardo aspetti psicologici importanti della sofferenza interiore, il famoso "male oscuro". "Al contrario "stare male", quello stato di pesantezza sordo e inattivo, rappresenta la resistenza al cambiamento, al dominio dei tre veleni ed è sinonimo di stupidità".

Anche qui ci sono cascato in pieno: già si evidenziavano i primi sintomi della mia depressione, ma io non ero in grado di coglierli, e leggendo queste cose, mi sentivo davvero "stupido" e incapace. Vedere il mio corresponsabile che faceva 6000 riunioni, dava le "previsioni" tutti i giorni, ecc, e io non ci riuscivo, mi faceva sentire inferiore a lui.

Col senno di poi, trovo allucinanti queste affermazioni, che mirano soltanto a demolire una persona che sta lottando, io l'ho fatto usando anche la psicanalisi, contro la propria sofferenza interiore. Ho scritto più volte sulla mailing list "Tracce" che se molti dei responsabili che si sono comportati da "caporali" in quel periodo, avessero avuto il coraggio di affrontare se stessi anche attraverso la terapia analitica, molte sofferenze sarebbero state risparmiate, anche a loro stessi. Invece in questo editoriale si afferma proprio che la sofferenza è indispensabile.

Nella conclusione, un'ulteriore frecciatina tanto per continuare a stare male: "Ed è ugualmente da stupidi essere soddisfatti dei propri piccoli successi". No comment. Il principio di bonno soku bodai viene completamente travisato.

NR 241 Agosto 2001

Parlando dell'obiettivo di 12.000 presenze alle riunioni del 50° anniversario della Divisione Donne, si fa coincidere il raggiungimento di quell'obiettivo col realizzare i desideri del Maestro. Ancora una volta, la crescita numerica come metro per giudicare la bontà di certe azioni. Poi, parlando del tempo e della difficoltà di alcune persone a buttarsi nelle nuove iniziative prima ancora di averle comprese, si cita in modo confuso un pensiero di Socrate.

In quel periodo, chi faceva attività nell'Istituto veniva continuamente messo sotto pressione: cambiamenti continui di comunicazioni, di direttive (telefonate giornaliere per comunicare obiettivi e previsioni), e chi non obbediva senza discutere, era un cattivo discepolo. "Purtroppo ci sono persone che, di fronte alle novità, per prima cosa tendono a opporre un rifiuto e di conseguenza un giudizio di critica.

Probabilmente queste persone non conoscono bene il pensiero di Socrate, il grande filosofo greco che insegnava prima di tutto "conosci te stesso". Questo principio, applicato al mondo della fede, ci consente di sfruttare quelle occasioni che provocano sofferenza, perché vanno a toccare i nostri attaccamenti, il piccolo io, permettendoci di trasformare i nostri lati oscuri e fare un passo avanti nella direzione indicata dal maestro". Di nuovo l'elogio della sofferenza, ma francamente non capisco cosa c'entri la citazione di Socrate.

NR 242 Settembre 2001

E' stato da poco pubblicato e distribuito il Regolamento Disciplinare, mi sembra, ma dovrei verificare, senza l'approvazione del Consiglio Nazionale. Se guardate sul retro (chi l'ha ancora conservato), infatti, c'è scritto "ad experimentum": già il nome fa venire la pelle d'oca, se si pensa a una "comunità" buddista.

Forse è per questo che qui si dice:

"Quando si riceve il Gohonzon, si accettano integralmente gli insegnamenti di Nichiren Daishonin come trasmessi dalla Soka Gakkai. Parte vitale di questi insegnamenti sono i principi di comportamento propri del Buddismo".

Sarò ignorante, ma non mi risulta che il Buddismo abbia dei principi propri di comportamento. Ma più avanti si chiarisce in parte il concetto.

"Nel Buddismo si trova il principio delle sei azioni difficili e nove azioni facili. Le dimostrazioni in piazza e le attività politiche rientrano fra le azioni facili. Le riforme interiori sono le vere azioni difficili".

Come per dire che chi svolge un'attività politica non abbia fatto una riforma interiore: aut aut.

Appena passato il G8 di Genova, questa affermazione mi sembra gravissima: chi c'è andato si è messo in primo piano e ha rischiato di persona. In uno stato democratico ognuno è libero di manifestare le proprie idee politiche come meglio crede, nel rispetto delle altre persone.

Più avanti si continua a parlare dei traditori, persone piene di risentimento e di invidia, che scrivono lettere anonime (si riferisce a Nichiren22?) perché incapaci di accettare i cambiamenti (in molti casi si tratta di allontanamenti dall'attività per chi dimostrava dissenso). Queste persone gelose hanno anche cercato alleati fra gli insicuri e i deboli, per convincerli delle loro idee; questo pensiero è stato espresso anche in una lettera del Luglio 2002, a firma di molti responsabili italiani, anche della nostra zona. La legge di causa ed effetto isolerà queste persone: allora, già che ci siamo, velocizziamo il processo e isoliamole subito!

In molti casi è stato vietato di frequentare alcune persone, anche responsabili, che non avevano accettato le regole, dicendo che dovevano soffrire da sole davanti al proprio Gohonzon: solo così potevano cambiare: qui dentro ce ne sono alcune, che certamente mi capiscono.

Forse è successo anche a me, perché improvvisamente non si è più fatto vedere nessuno di quei responsabili che avevano giurato di occuparsi della mia felicità e di incoraggiarmi a risolvere i miei problemi, e questo continua anche oggi, alcuni di loro mi hanno tolto il saluto. Non che me ne freghi molto del loro saluto, ma il concetto è rimasto "sei con noi o contro di noi", a più di un anno dalla Risoluzione di Tokyo.

NR 243 Settembre 2001

All'indomani del corso estivo 2001, iniziano le riunioni diffamatorie e si inizia a parlare di "complotto" e di "traditori": è stato poi chiarito dai direttori generali che non c'è mai stato alcun complotto. In questo editoriale, dopo un lungo elenco di successi pubblici ottenuti dall'Istituto, elenco alquanto autoreferenziale, si dice chiaramente che chi non "fa" quello che viene deciso dall'istituto, è un bugiardo:

"Abbiamo intenzione di "fare" ancora di più perché il presidente Ikeda sia orgoglioso dei membri italiani e perché i membri italiani siano orgogliosi di appartenere all'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Chi dice il contrario è un bugiardo, e un bugiardo è come un ladro perché ruba la serenità, la gioia e la tranquillità, istigando il dubbio, la paura, la confusione nel cuore delle persone".

In questo editoriale, come in tanti altri, si fa coincidere Kosen Rufu col numero di onorificenze a Ikeda, mostre, numero di persone che visitano le mostre, partecipazione di Ciampi a una mostra, ecc. Io non ho ancora approfondito bene il concetto di Kosen Rufu, ma non mi sembra questo il metro corretto.

NR 244 Settembre 2001

Dopo aver spiegato l'importanza dell'offerta e il concetto di Torre Preziosa, a mio avviso in modo corretto, si nega il potere del daimoku di cambiare la sofferenza in gioia, e il principio fondamentale del mutuo possesso dei dieci mondi.

"Sempre per il principio per cui noi stessi siamo la Torre Preziosa, se alla base della recitazione del daimoku non c'è la decisione di cambiare in positivo la nostra vita, di costruire la pace, di combattere il male e di realizzare kosen-rufu con coraggio, allora pur recitando Nam-myoho.renge.kyo la nostra vita manifesta esattamente quello che siamo: la collera, l'avidità, l'animalità".

Ma i mondi non sono 10? Qui ci si dimentica degli altri 7!

E più avanti "Nel caso in cui una persona reciti daimoku con forti sentimenti negativi, ma senza desiderare di liberarsene e mancando del desiderio sincero di cambiare, accresce soltanto questa condizione di malessere. Accecati dal risentimento anche quello che si legge nel Gosho o nelle guide del presidente Ikeda sembra scritto solo per accrescere le proprie ragioni".

In realtà è esperienza di molti praticanti il cambiamento di condizione vitale e di atteggiamento proprio recitando davanti al Gohonzon, così come si è, senza dover prima cambiare tendenza. Io ho recitato un mese perché mio padre morisse, perché "finalmente" gli era venuto un tumore a un rene.

Continuando a recitare così, e soffrendo sempre di più, ho compreso il mio atteggiamento errato e ho cambiato: alla fine mio padre si è salvato. Quindi, non si deve cambiare prima, seguendo le direttive dell'Istituto, e solo quando sei "migliore" vai davanti al Gohonzon.

NR 245 Ottobre 2001

Si continua a parlare di rancore: sembra quasi che i membri italiani stiano recitando con sentimenti negativi e pieni di rancore: "più si recita daimoku con questo sentimento, più questo cresce fino a oscurare tutta la vita". E' lo stesso concetto di prima, negare il potere del daimoku, concetto che poi verrà rettificato in una nota in fondo al NR n° 248 dallo stesso autore dell'editoriale..

NR 247 Novembre 2001

Si commette lo stesso errore dei due numeri già citati, anch'esso rettificato in seguito:

"…se andiamo davanti al Gohonzon recitando solo per decidere chi ha torto o ragione, se una cosa è giusta oppure no, allora la nostra prospettiva si restringerà solo alle emozioni e il Daimoku non servirà ad altro che a fare manifestare ancora più rabbia e scontento". Qui si nega il principio per cui il Gohonzon è "l'oggetto di culto per osservare la propria mente".

Questo editoriale esce in un momento sempre più confuso, in cui molti responsabili sono stati allontanati o hanno dato le dimissioni per dissenso verso l'organizzazione. Questa affermazione, quindi, sembra voglia significare che non si deve cercare di capire se una cosa è giusta o no, ma farla e basta.

Febbraio 2002

Siamo finalmente arrivati alla Risoluzione di Tokyo. Per la nostra zona, questo documento fu presentato proprio in questa sala, ma venne consegnato solo alla fine della riunione, in modo sbrigativo, in modo che non si avesse più tempo per confrontarla con quanto detto al meeting. In alcuni casi è stato anche detto di non distribuirla, di non considerarla perché era ormai acqua passata: i membri di Modena lo sanno bene.
Vorrei soffermarmi su alcuni punti.

"Si è giunti alla conclusione comune che, malgrado i risultati ottenuti nell'attività, il sistema autoritario che si è venuto a creare ha provocato la sofferenza di un gran numero di persone".

Vorrei notare che il concetto di sistema autoritario non è un'invenzione di alcuni membri invidiosi, ma una esplicita dichiarazione dei responsabili nazionali.

"In questi 2 anni si è creata in Italia anche una divisione all'interno dell'Istituto tra chi sosteneva la linea ufficiale e chi manifestava il proprio dissenso".

A tale proposito, vorrei citarvi una frase di un testo di David Kertzer, antropologo. Dopo aver spiegato che ognuno ha nella propria testa alcuni schemi mentali attraverso i quali filtra la realtà, ignorando ciò che non coincide con gli schemi e accettando solo ciò che ci si adegua, afferma:

"…tanto più gli individui sono emotivamente eccitati - in preda alla rabbia, al dolore o all'esaltazione - tanto meno raffinata è la categorizzazione attraverso la quale definiscono gli altri. Portato all'estremo, l'individuo sopraffatto dalle emozioni può operare una suddivisione cognitiva troppo semplificata e ridurre la gente a due sole categorie: o "con me" o "contro di me"".
(David I. Ketzer, Riti e simboli del potere, Laterza 1998. pag. 113)

Questo ricorda tanto il famoso "sei con noi o contro di noi?" !

"Finché basiamo l'attività sul Gosho e sulle guide di Sensei, non è possibile che accadano fatti negativi nell'organizzazione".

Letto con logica opposta: si sono verificati fatti negativi perché non si ci è basati sul Gosho e sulle guide di Sensei.

"Questo Consiglio Nazionale tenuto in Giappone dev'essere il punto di partenza, ma il grosso del lavoro dovrà essere fatto in Italia, dove si riproporranno situazioni simili". (profezia azzeccata).

Infatti, ci sono stati grossi problemi e dissensi anche dopo questo viaggio in Giappone, e altri viaggi che sono seguiti. Per quel che mi riguarda, ad esempio, poco dopo aver ripreso la responsabilità di capitolo, il mio corresponsabile se ne è uscito con questa frase: "Marco, non voglio più avere niente a che fare con te".

Questa persona, come molte altre, hanno ancora paura di sapere cosa è successo, e quale parte di responsabilità ognuno di noi ha in questo: facendo così fanno onshitsu che, secondo la definizione di Claudio Micheli nel libro "Il Buddismo di Nichiren Daishonin" (pag. 66) significa: "tenere a distanza" (on) e "non volere ascoltare" (shitsu).

"La profonda revisione nel modo di fare attività comporta un cambiamento nelle priorità dell'attività stessa".

Ho già citato il commento di un responsabile nazionale a questa frase: in realtà, qui a Bologna, si è continuato a dare ampio spazio a iniziative pubbliche, che hanno una grande validità, ignorando quasi del tutto la sofferenza di molti membri; il fatto che siamo qui, secondo me, lo dimostra.

Marco Alberani

   
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