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ATTI DEL FORUM MEMBRI IBISG - EMILIA ROMAGNA MARCHE
Bologna, domenica 22 giugno 2003, Circolo Benassi
BREVE ANALISI INTRODUTTIVA
Intervento di Marco Alberani
Vorrei ringraziare tutti quelli che ci sono. Mi dispiace molto
per quelli che non sono riusciti a venire, mi riferisco non a quelli
che sono in vacanza (meglio per loro) o hanno avuto problemi, ma
a quelli che fondamentalmente per questioni di paura, o di incapacità
di dialogo, hanno inventato alcune scuse molto pittoresche per non
venire a questo Forum. Lo scopo non è creare divisioni ma
approfondire; se non sono venuti pensando che qui si creino divisioni
o si crei un'altra Soka, secondo me hanno sbagliato, molto.
Questo intervento è molto lungo, e quindi al Forum sarà
ridotto. Di seguito riporto la versione integrale.
Il 30 marzo di quest'anno, a Roma, si è tenuto il primo
Forum Nazionale dei membri IBISG, per incontrarsi e discutere fuori
dagli schemi classici dell'organizzazione e trovare soluzioni ai
sempre più frequenti disagi dei membri.
Durante la preparazione del Forum ERM, ho pensato che fosse necessario
una premessa di carattere storico: a mio avviso, la situazione qui
in Emilia Romagna è molto diversa da quella di Roma: alcuni
membri, qui, non hanno ancora chiaro cosa è successo, o al
più pensano che qualche membro o responsabile abbia abbandonato
l'organizzazione, e che ora sia tutto a posto.
Ovviamente non è così: problemi ce ne sono sempre
stati, ma l'indirizzo dell'organizzazione e i fatti accaduti negli
ultimi tre anni non sono eventi isolati, né tanto meno fisiologici
o naturali.
Cercherò di fare un veloce quadro della situazione, sicuramente
parziale, dal momento che è una mia personale analisi, e
dal momento che tante vicende sono state nascoste ai più,
e l'informazione è stata parziale o fuorviante. C'era un
canale di informazione ufficiale, attraverso il Nuovo Rinascimento,
che è l'organo ufficiale dell'IBISG, e poi tutta una serie
di informazioni che gironzolavano in maniera un po' confusa. Vorrei
prendere in prestito una citazione riportata nell'intervento introduttivo
di Roma, nel quale si parla di informazione:
"Il dott. Toynbee ha svolto delle ricerche sullo sviluppo
e il declino di tutte le civiltà mondiali. La sua conclusione
è: "Le minoranze di persone creative che aprono nuove
ère divengono minoranze dominatrici. Esse cambiano la loro
natura. Da quel momento civiltà e società ricominciano
a distruggersi" [
]. In ogni caso ci sono sempre dei
sintomi precursori. Il dott. Toynbee poneva l'accento su uno di
questi in particolare: quando i leaders ricorrono al segreto e
cercano di mantenere nascosti anche i dettagli più insignificanti.
Così essi presentano alla gente un aspetto inaccessibile
attraverso il quale traggono la forza per la loro autorità.
Questo è l'aspetto di una religione chiusa".
(D. Ikeda, A proposito di una religione aperta, Seikyo
Shimbun, 21/06/93)
Nascondere l'informazione.
"Non vi può essere vera democrazia a meno che i cittadini
di un paese comprendano che essi sono i sovrani e i protagonisti
principali, agendo di conseguenza con saggezza e responsabilità.
La democrazia non adempierà alla sua missione a meno che
gli individui si alzino con maggiore informazione e coinvolgimento
e, uniti, lottino in favore della giustizia, controllando le attività
dei potenti". (D. Ikeda, Giorno per giorno del 13/04/03)
Non voglio fare paragoni fra potenti e non potenti: qui siamo tutti
membri.
"Se non fai domande e non risolvi i tuoi dubbi, non puoi
disperdere le oscure nuvole dell'illusione [
].
(Lettera a Niike SND vol. 4 pag. 253)
Io penso che se siamo qui, è perché ci siamo fatti
o ci stiamo facendo delle domande, e soprattutto vogliamo contribuire
a produrre un cambiamento nel nostro sangha buddista. Per non citare
fatti e fatterelli, discutibili e per i quali in alcuni casi non
ho le prove, vorrei citare brevemente alcuni editoriali del Nuovo
Rinascimento. Un lavoro simile è già stato fatto da
altri, e, senza togliere importanza a analisi significative, vorrei
ricordarvi uno scritto che ritengo molto serio: una lettera nota
come Nichiren22. Ricordo ancora il corso autunnale 2001 a Bellaria,
durante il quale l'allora vice direttore generale urlò e
inveì contro questa lettera, criticandola duramente. Ebbe
però una grave dimenticanza: non ce la lesse, cioè
non ci diede l'opportunità, a noi comuni mortali membri,
di farci un'idea di quanto scritto in quella lettera; io la ritengo
una grave mancanza di rispetto per le persone.
Prima di iniziare con gli editoriali, premetto che rileggendoli,
a distanza di un paio di anni, mi sono veramente vergognato di non
essermi reso conto di quello che leggevo e di aver bevuto tutto
senza batter ciglio. E' proprio vero che:
[
] noi abbiamo anche la tendenza a ignorare completamente
quelle informazioni che entrano in conflitto con il nostro schema,
mentre ci impadroniamo ciecamente di tutte quelle informazioni
che sembrano confermarlo.
(David I. Kertzer, Riti e simboli del potere, Laterza,
1989, pag. 111)
Rileggendo in sequenza questi editoriali, si vede chiaro il disegno
che c'è sotto, e che ha portato a un sistema autoritario.
Letti uno alla volta, mi è stato difficile a volte capire
cosa c'era di sbagliato. Cercherò di inserire ogni editoriale
nel contesto degli avvenimenti del periodo in cui è uscito:
fuori dal contesto, alcuni scritti sembrano ineccepibili.
NR 209, Luglio 1999
"
vorrei ricordare anche quanto è importante
la comunicazione all'interno del movimento buddista. Il valore
della comunicazione sta nella possibilità offerta ai responsabili
di poter aiutare a risolvere situazioni complesse, problematiche
o particolari dei fedeli. Ovvio che se non vengono a conoscenza
di questi problemi, è impossibile che questa linfa scorra
dai responsabili ai membri e, cosa forse ancora più importante,
viceversa dai membri ai responsabili".
Al meeting di Carpi del 14 aprile 2002, che vedremo più
avanti, è stato chiarito che un responsabile non è
una guida per un membro, ma un compagno di fede, che ci accompagna
davanti al Gohonzon. Il responsabile non ha il compito di risolvere
i problemi dei membri, ma di incoraggiarli ad andare davanti al
Gohonzon: ognuno ha già in sé la Buddità. In
quel periodo molti si sono improvvisati psicologi, e davano consigli
allucinanti. Dichiarando che il valore della comunicazione sta nel
passare informazioni su particolari situazioni dei membri, a mio
avviso si inizia a porre le basi per quella che è stata una
pratica troppo diffusa negli anni seguenti: la delazione, informare
il "responsabile superiore" di notizie riguardanti altre
persone, a volte anche della loro sfera privata, per poi usarle
a sfavore di quella persona. La vita privata di ogni persona è
da rispettare in ogni caso. Fra l'altro, non si capisce a cosa si
riferisca l'espressione "questa linfa".
In questo stesso editoriale si introducono tre punti fondamentali,
dapprima passati come consigli, poi divenuti Direttive:
- No ai rapporti sessuali fra membri
- No al prestito di denaro fra membri
- No a società fra membri.
A partire da Aprile 2000, la maggior parte degli editoriali del
Nuovo Rinascimento ha un denominatore comune: la severità
e la sofferenza.
NR 218, Aprile 2000
"Nella Soka Gakkai è la stessa cosa che nella vita
personale, bisogna imparare a lottare e avere il coraggio di andare
fino in fondo. Questo vuol dire prima di tutto ascoltare bene
le direttive e seguirle precisamente senza interpretarle in modo
personale. Il nostro motto dovrebbe essere "Fare ciò
che c'è da fare presto e bene". Diffidate di quei
responsabili che non sono mai severi, che non vi dicono la verità
quando fa male e che vi danno solo pacche sulle spalle".
Il sillogismo usato qui è, secondo me, tremendo: andare
fino in fondo significa seguire precisamente le direttive ? E chi
le dà queste direttive ? Inoltre, non si chiarisce cosa significa
essere severi, e quale dolorosa verità possiedono i responsabili.
Ricordiamoci, tutti quanti, che il potere che ha un responsabile
su di noi glielo stiamo dando noi, non ce l'ha lui o lei !!
NR 220 Giugno 2000
In questo numero, nell'articolo a pagina 24, è contenuta
la famosa frase "ognuno ha i suoi tempi", a firma del
responsabile nazionale Divisione giovani del momento. Questa frase
venne violentemente criticata dall'allora vice direttore generale
e da altri responsabili, in varie occasioni. Perché? Perché
contrastava con il concetto imperante di "adeguare la nostra
vita al ritmo di kosen rufu" (strano concetto di Kosen Rufu),
concetto che sarà poi esposto nel NR n° 226 del Dicembre
2000. Poco dopo, a pagina V dell'inserto dedicato al corso estivo
contenuto nel NR n° 224, appaiono le scuse, confuse, dell'autore
di quella frase, ora giudicata da lui stesso "infausta".
Ma francamente, io non ho capito cosa ci fosse di sbagliato in quella
frase, e nemmeno si dice quale sarebbe stata la frase "giusta".
Capire il tempo e la predisposizione delle persone non è
forse un concetto fondamentale del buddismo di Nichiren Daishonin
?
NR 221 Luglio 2000
In questo editoriale si affronta uno dei principi buddisti: buoni
e cattivi amici.
Riprende il concetto di responsabili severi, chiarendo che "questo
concetto, infatti, è la chiave per crescere e svilupparsi
correttamente nella fede". Ma stiamo parlando di fede buddista,
o di cosa ?
Più avanti, parla dei buoni amici, "quelli, in poche
parole, che si sforzano di creare un ponte fra noi e il Gohonzon,
fra noi e il Daishonin, fra noi e il maestro, fra noi e la Soka
Gakkai, permettendo che la Legge - che, non dimentichiamolo, di
per sé è severa - venga trasmessa a tutti i fedeli
nel modo più puro. [
] Chi si pone come un filtro fra
noi e il maestro e trasmette solo il suo punto di vista, anche se
si proclama amico - e magari ci crede - è il peggiore dei
nemici".
Nel Gosho "L'eredità della Legge fondamentale della
vita" si legge:
"Shakyamuni, che ottenne l'illuminazione innumerevoli eoni
fa, il Sutra del Loto, che conduce tutte le persone alla Buddità,
e noi comuni esseri umani non siamo assolutamente differenti o
separati gli uni dagli altri". [SND, vol. 4 pag. 222].
Allora, di quale ponte stiamo parlando? Fra l'altro, nella seconda
frase dice esattamente il contrario. Allora, dobbiamo fare da ponte,
da filtro o cosa?!
In questo stesso editoriale si inizia e demonizzare l'espressione
"poverino", di seguito abolita dal gergo buddese usato
all'interno dell'organizzazione, e si introduce il concetto più
avanti espresso dalla formulina "al maestro si risponde 'sì'",
prima ancora di capire.
Di nuovo si usa il concetto di severità, ma attenzione "Severità
non è cattiveria, è precisione".
Rileggerlo adesso mi fa scappare da ridere, ma questi ragionamenti
nascondono germi che hanno creato mostri in poco tempo. In quel
periodo tutti erano severi con tutti, correggevano tutti, tutti
eravamo psicologi, capivamo tutto di tutti, tranne che di noi stessi.
NR 222 Agosto 2000
Cambia la firma, ma il concetto di severità non manca, e
nemmeno quello di "poverino". Ma qui si va oltre, accennando
al fatto che "oltretutto, il permissivismo educativo è
stato ampiamente criticato e unanimemente condannato come un fallimento",
senza però spiegare minimamente cosa sia questo permissivismo
educativo (permissivismo verso cosa?): simili affermazioni gratuite
e fuori dal contesto producono solo idee parziali o distorte su
questioni importantissime.
NR 223 Settembre 2000
Ecco finalmente la formula magica: "Nel mondo della fede si
deve rispondere, sì! Dal momento che maestro significa più
esperienza, più compassione, più conoscenza, discepolo
significa poca esperienza, poca compassione, poca conoscenza, e
allora prima occorre "fare" ciò che indica il maestro,
eventualmente se ne può discutere in seguito".
Questa frase si commenta da sola, ma non mi va giù l'idea
di "poca compassione, poca conoscenza" (sicuramente Sensei
ha più compassione e più conoscenza di me): non mi
sembra molto rispettosa verso la Buddità insita nella vita
di ogni essere umano. Ma il Gosho non dice che è attraverso
la fede e non attraverso la conoscenza che si manifesta la Buddità?
Sempre in questo editoriale, si dà un'interpretazione allucinante
del concetto di compassione buddista: lasciare in carcere il proprio
figlio drogato (così continua a drogarsi là dentro)
in modo che paghi il suo debito verso la società, in altre
parole, la sofferenza come espiazione: ma non è un'altra
religione che dice queste cose ?
In ultimo, si trasmette la linea manageriale dell'istituto, che
ormai appare sempre più distante da una comunità buddista:
"I Direttori generali hanno spiegato che si possono togliere
le responsabilità a chi è fermo e non sta realizzando
il suo compito e quindi intralcia il progresso di kosen rufu,
questo è il momento in cui si cercano talenti e quindi
ci saranno persone che dalla responsabilità di gruppo passeranno
magari a quella di hombu o da settore a quella di territorio".
Questo concetto di kosen rufu è molto strano: se non sei
efficiente, ubbidiente e valoroso, intralci kosen rufu!
E' successo anche a me: dopo 17 anni di pratica e di attività
buddista, ho attraversato il momento più duro della mia vita,
da tutti i punti di vista, specialmente familiare; i miei responsabili
di allora hanno usato (forse inconsapevolmente) questo momento per
demolirmi ancora di più, arrivando a dirmi che finché
soffrivo così non potevo essere di incoraggiamento a nessuno,
perché la responsabilità di capitolo (che avevo io
allora) sarebbe stata sempre più dura, e io non ce l'avrei
fatta. Inoltre, secondo loro ero completamente di fuori, dato che
il mio capitolo non cresceva, e che i miei problemi erano solo alibi.
Sono arrivati a dirmi, durante una "visita a casa" (che
razza di slogan) che con la mia ragazza sarebbe andata a finire
sicuramente male, perché non seguivo le direttive dell'organizzazione.
Sono riusciti, in due anni, a suicidarmi dalla responsabilità
di capitolo, cioè hanno fatto di tutto perché fossi
io a decidere di lasciarla. In altri casi i responsabili sono stati
cacciati fuori personalmente, anche con forza (alcuni sono qui presenti).
Questo è il risultato del concetto di compassione buddista
espresso in questo editoriale.
Inoltre, la gestione delle nomine descritta qui sopra, ha prodotto
in molti casi una serie di responsabili perfettamente manovrabili
in quanto inesperti, giovani di fede (e a volte anche nella vita)
e soprattutto disposti a tutto. Per quello che ho visto io nel mio
ambito di attività, molti di questi erano schiacciati dal
senso di colpa, di inadeguatezza e di inefficienza, incapaci di
rispondere a sempre più pressanti richieste di attività
da parte dei loro superiori.
Una organizzazione buddista che propaga una fede che crea senso
di colpa, non sta propagando una fede, ma una superstizione: la
fede deve creare libertà. Se poi una persona decide di dedicare
24 ore al giorno alle attività della Soka Gakkai va benissimo,
se è una sua scelta personale, ma sentirsi in colpa se non
ci si riesce non rappresenta a mio avviso una fede buddista.
NR 225 Novembre 2000
Introduce il concetto di cultura buddista, a mio avviso un po'
confuso, anche perché non è chiara la differenza fra
essere buddisti e cultura buddista. "Ci si può accontentare
del solo fatto di essere buddisti o si deve ricercare qualcosa di
più?". Non viene chiarito cosa significa essere buddisti
e accontentarsi di esserlo, e in cosa consista questo "di più".
NR 226 Dicembre 2000
"Il movimento di kosen-rufu ha un ritmo. Anche la vita ha
un ritmo, e se vogliamo salire anche noi sul carro di questo grande
movimento dobbiamo adeguare il ritmo della nostra vita a quello
di kosen-rufu".
Non si dice chi stabilisce il ritmo di kosen rufu, ma è
chiaro il concetto: se non riesci a star dietro alle attività
dell'IBISG, sei fuori!.
NR 229 Febbraio 2001
"Per questo motivo chi ha riportato una condanna penale
dovrebbe praticare il Buddismo nella propria casa finché
non ha saldato il debito con la giustizia e non dovrebbe essere
invitato nelle case private, nei centri o ai corsi organizzati
dall'Istituto. Nessuno si può sostituire a un verdetto
emesso dal tribunale dello Stato: questa è saggezza".
Si affronta un tema molto delicato in modo confuso, senza chiarire
chi può e chi non può partecipare alle attività
dell'Istituto. In questo editoriale è detto in maniera esplicita
il motivo: il riconoscimento dell'IBISG da parte dello Stato Italiano.
Inizia a farsi strada il concetto di "proteggere l'Istituto",
di dare una buona immagine dell'Istituto alla società: questo
ha portato nel tempo a una "pulizia" di tutte quelle persone
che non si adeguavano alle direttive.
NR 230 Febbraio 2001
In questo editoriale, ma anche in altri precedenti e seguenti,
si fa un largo uso della autoreferenzialità dell'Istituto,
utilizzando i riconoscimenti ricevuti nelle varie città italiane
come misura della "bontà" dell'organizzazione,
o addirittura della validità del rapporto maestro-discepolo,
in quanto entrambi lodati dalla società.
A questo proposito, vorrei ricordare una frase detta proprio qui,
al circolo Benassi, durante una riunione generale nel Febbraio 2002,
da un responsabile nazionale: "se dietro una qualunque onorificenza
a Ikeda c'è la sofferenza anche di una sola persona, questa
onorificenza non vale niente".
Questa frase è stata completamente disattesa, soprattutto
qui a Bologna. Dal quel momento, infatti, si decise l'obiettivo
di 10 cittadinanze onorarie al presidente Ikeda a Bologna e comuni
limitrofi, mostre a destra e a manca, ma non si è fatto niente
per risolvere le sofferenze delle persone, da quel che mi risulta.
NR 233 Aprile 2001
Elenca tutte le caratteristiche di una persona severa, contrapponendole
a quelle di una persona rigida. Consiglio di leggerlo attentamente
per farvi un'idea degli strafalcioni contenuti in queste righe.
L'effetto deleterio che si è manifestato a seguito di questi
concetti confusi, è stata la tendenza a correggere sempre
e comunque tutti, in modo "severo", spesso senza capire
assolutamente il problema o la sofferenza di chi stava di fronte.
NR 234 Aprile 2001
Qui viene espresso un concetto a mio avviso pericoloso: non accettare
passivamente le direttive decise dal Consiglio Nazionale ("etica
del dovere"), ma interiorizzarle e farle proprie ("etica
della virtù"), in modo da trasmetterle correttamente
agli altri. Ho subìto un simile processo nell'ambiente di
lavoro: esistono strumenti molto potenti per la creazione del consenso,
dando l'illusione di credere veramente in quello in cui ci hanno
detto di credere.
Per fortuna, la cosa non ha funzionato del tutto, almeno per quanto
ho visto io nella mia zona, perché ho avuto a che fare con
molti responsabili che ripetevano a pappagallo le direttive, le
nuove linee guida, senza averle nemmeno capite! Inoltre si dice
esplicitamente che le decisioni venivano prese collegialmente per
il bene di tutti: in realtà è stato più volte
dichiarato, anche recentemente, un certo dissenso su questioni importanti
discusse nel Consiglio.
Dal punto di vista di un membro che non partecipa alle riunioni
del Consiglio, vedere che gli editoriali del NR portano sempre la
stessa firma, non trasmette certo un senso di collegialità.
NR 237 Giugno 2001
E' già iniziata la campagna diffamatoria verso alcuni responsabili
italiani che praticano da molto tempo, dichiarati in gran parte
"responsabili anziani fuori uso" e allontanati. Vengono
usati aggettivi sprezzanti, come "burocrati" e "portaborse"
in modo confuso e generalizzato; non dico che non ci siano state
persone che hanno sbagliato in passato, ma non si può generalizzare
così.
Dal settembre 2000 sono già state tolte o abbassate più
di 600 responsabilità, alcune anche molto alte. Il dissenso
è evidentissimo, ma del resto è già stato espresso
dalla dirigenza (in altri luoghi e momenti) il famoso concetto "da
questo momento è abolita nella nostra organizzazione l'espressione
"non sono d'accordo"".
Mi chiedo: un sociologo che ci guarda, cosa penserà? Buddista?
Organizzazione buddista? Ente Religioso?
NR 239 Luglio 2001
Si continua a parlare di sofferenza, di quanto è dura la
vita, di quanto sia importante essere rimproverati severamente dai
responsabili, che sono indispensabili per raddrizzare la nostra
ombra "storta".
Questa parola verrà usata più volte per giudicare
la fede delle persone che hanno espresso un qualunque tipo di dissenso.
Non si chiarisce che ogni persona ha in sé la Buddità
e la capacità, attraverso il Gohonzon, di attingere ad essa.
Nel finale dell'editoriale, si afferma che i principi della Soka
Gakkai (e non si chiarisce quali), ci permettono di controllare
la nostra emotività e di costruire valori morali. Cosa ?
Una delle cose che mi ha fatto abbracciare il Buddismo è
stata proprio la mancanza di una qualunque moralità a cui
attenersi
NR 240 Luglio 2001
Continua l'elogio della sofferenza: si parla dapprima della sofferenza
causata da qualcun altro e poi di quella interiore.
Riguardo la prima, è chiaro che si cerca di legittimare
azioni di diffamazione, o i famosi "culi" che sempre più
spesso venivano fatti da più responsabili in "visita
a casa" dei membri (o di altri responsabili), come dire: chi
ha qualcosa in contrario con le linee dell'Istituto non è
altro che un invidioso, che incolpa gli altri della propria sofferenza.
Io ci sono cascato in pieno.
Riguardo il secondo tipo di sofferenza, si fa un'affermazione veramente
offensiva (rileggendola ora mi sono veramente arrabbiato), che dimostra
la completa ignoranza riguardo aspetti psicologici importanti della
sofferenza interiore, il famoso "male oscuro". "Al
contrario "stare male", quello stato di pesantezza sordo
e inattivo, rappresenta la resistenza al cambiamento, al dominio
dei tre veleni ed è sinonimo di stupidità".
Anche qui ci sono cascato in pieno: già si evidenziavano
i primi sintomi della mia depressione, ma io non ero in grado di
coglierli, e leggendo queste cose, mi sentivo davvero "stupido"
e incapace. Vedere il mio corresponsabile che faceva 6000 riunioni,
dava le "previsioni" tutti i giorni, ecc, e io non ci
riuscivo, mi faceva sentire inferiore a lui.
Col senno di poi, trovo allucinanti queste affermazioni, che mirano
soltanto a demolire una persona che sta lottando, io l'ho fatto
usando anche la psicanalisi, contro la propria sofferenza interiore.
Ho scritto più volte sulla mailing list "Tracce"
che se molti dei responsabili che si sono comportati da "caporali"
in quel periodo, avessero avuto il coraggio di affrontare se stessi
anche attraverso la terapia analitica, molte sofferenze sarebbero
state risparmiate, anche a loro stessi. Invece in questo editoriale
si afferma proprio che la sofferenza è indispensabile.
Nella conclusione, un'ulteriore frecciatina tanto per continuare
a stare male: "Ed è ugualmente da stupidi essere soddisfatti
dei propri piccoli successi". No comment. Il principio di bonno
soku bodai viene completamente travisato.
NR 241 Agosto 2001
Parlando dell'obiettivo di 12.000 presenze alle riunioni del 50°
anniversario della Divisione Donne, si fa coincidere il raggiungimento
di quell'obiettivo col realizzare i desideri del Maestro. Ancora
una volta, la crescita numerica come metro per giudicare la bontà
di certe azioni. Poi, parlando del tempo e della difficoltà
di alcune persone a buttarsi nelle nuove iniziative prima ancora
di averle comprese, si cita in modo confuso un pensiero di Socrate.
In quel periodo, chi faceva attività nell'Istituto veniva
continuamente messo sotto pressione: cambiamenti continui di comunicazioni,
di direttive (telefonate giornaliere per comunicare obiettivi e
previsioni), e chi non obbediva senza discutere, era un cattivo
discepolo. "Purtroppo ci sono persone che, di fronte alle novità,
per prima cosa tendono a opporre un rifiuto e di conseguenza un
giudizio di critica.
Probabilmente queste persone non conoscono bene il pensiero di
Socrate, il grande filosofo greco che insegnava prima di tutto "conosci
te stesso". Questo principio, applicato al mondo della fede,
ci consente di sfruttare quelle occasioni che provocano sofferenza,
perché vanno a toccare i nostri attaccamenti, il piccolo
io, permettendoci di trasformare i nostri lati oscuri e fare un
passo avanti nella direzione indicata dal maestro". Di nuovo
l'elogio della sofferenza, ma francamente non capisco cosa c'entri
la citazione di Socrate.
NR 242 Settembre 2001
E' stato da poco pubblicato e distribuito il Regolamento Disciplinare,
mi sembra, ma dovrei verificare, senza l'approvazione del Consiglio
Nazionale. Se guardate sul retro (chi l'ha ancora conservato), infatti,
c'è scritto "ad experimentum": già il nome
fa venire la pelle d'oca, se si pensa a una "comunità"
buddista.
Forse è per questo che qui si dice:
"Quando si riceve il Gohonzon, si accettano integralmente
gli insegnamenti di Nichiren Daishonin come trasmessi dalla Soka
Gakkai. Parte vitale di questi insegnamenti sono i principi di
comportamento propri del Buddismo".
Sarò ignorante, ma non mi risulta che il Buddismo abbia
dei principi propri di comportamento. Ma più avanti si chiarisce
in parte il concetto.
"Nel Buddismo si trova il principio delle sei azioni difficili
e nove azioni facili. Le dimostrazioni in piazza e le attività
politiche rientrano fra le azioni facili. Le riforme interiori
sono le vere azioni difficili".
Come per dire che chi svolge un'attività politica non abbia
fatto una riforma interiore: aut aut.
Appena passato il G8 di Genova, questa affermazione mi sembra gravissima:
chi c'è andato si è messo in primo piano e ha rischiato
di persona. In uno stato democratico ognuno è libero di manifestare
le proprie idee politiche come meglio crede, nel rispetto delle
altre persone.
Più avanti si continua a parlare dei traditori, persone
piene di risentimento e di invidia, che scrivono lettere anonime
(si riferisce a Nichiren22?) perché incapaci di accettare
i cambiamenti (in molti casi si tratta di allontanamenti dall'attività
per chi dimostrava dissenso). Queste persone gelose hanno anche
cercato alleati fra gli insicuri e i deboli, per convincerli delle
loro idee; questo pensiero è stato espresso anche in una
lettera del Luglio 2002, a firma di molti responsabili italiani,
anche della nostra zona. La legge di causa ed effetto isolerà
queste persone: allora, già che ci siamo, velocizziamo il
processo e isoliamole subito!
In molti casi è stato vietato di frequentare alcune persone,
anche responsabili, che non avevano accettato le regole, dicendo
che dovevano soffrire da sole davanti al proprio Gohonzon: solo
così potevano cambiare: qui dentro ce ne sono alcune, che
certamente mi capiscono.
Forse è successo anche a me, perché improvvisamente
non si è più fatto vedere nessuno di quei responsabili
che avevano giurato di occuparsi della mia felicità e di
incoraggiarmi a risolvere i miei problemi, e questo continua anche
oggi, alcuni di loro mi hanno tolto il saluto. Non che me ne freghi
molto del loro saluto, ma il concetto è rimasto "sei
con noi o contro di noi", a più di un anno dalla Risoluzione
di Tokyo.
NR 243 Settembre 2001
All'indomani del corso estivo 2001, iniziano le riunioni diffamatorie
e si inizia a parlare di "complotto" e di "traditori":
è stato poi chiarito dai direttori generali che non c'è
mai stato alcun complotto. In questo editoriale, dopo un lungo elenco
di successi pubblici ottenuti dall'Istituto, elenco alquanto autoreferenziale,
si dice chiaramente che chi non "fa" quello che viene
deciso dall'istituto, è un bugiardo:
"Abbiamo intenzione di "fare" ancora di più
perché il presidente Ikeda sia orgoglioso dei membri italiani
e perché i membri italiani siano orgogliosi di appartenere
all'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Chi dice il contrario
è un bugiardo, e un bugiardo è come un ladro perché
ruba la serenità, la gioia e la tranquillità, istigando
il dubbio, la paura, la confusione nel cuore delle persone".
In questo editoriale, come in tanti altri, si fa coincidere Kosen
Rufu col numero di onorificenze a Ikeda, mostre, numero di persone
che visitano le mostre, partecipazione di Ciampi a una mostra, ecc.
Io non ho ancora approfondito bene il concetto di Kosen Rufu, ma
non mi sembra questo il metro corretto.
NR 244 Settembre 2001
Dopo aver spiegato l'importanza dell'offerta e il concetto di Torre
Preziosa, a mio avviso in modo corretto, si nega il potere del daimoku
di cambiare la sofferenza in gioia, e il principio fondamentale
del mutuo possesso dei dieci mondi.
"Sempre per il principio per cui noi stessi siamo la Torre
Preziosa, se alla base della recitazione del daimoku non c'è
la decisione di cambiare in positivo la nostra vita, di costruire
la pace, di combattere il male e di realizzare kosen-rufu con
coraggio, allora pur recitando Nam-myoho.renge.kyo la nostra vita
manifesta esattamente quello che siamo: la collera, l'avidità,
l'animalità".
Ma i mondi non sono 10? Qui ci si dimentica degli altri 7!
E più avanti "Nel caso in cui una persona reciti daimoku
con forti sentimenti negativi, ma senza desiderare di liberarsene
e mancando del desiderio sincero di cambiare, accresce soltanto
questa condizione di malessere. Accecati dal risentimento anche
quello che si legge nel Gosho o nelle guide del presidente Ikeda
sembra scritto solo per accrescere le proprie ragioni".
In realtà è esperienza di molti praticanti il cambiamento
di condizione vitale e di atteggiamento proprio recitando davanti
al Gohonzon, così come si è, senza dover prima cambiare
tendenza. Io ho recitato un mese perché mio padre morisse,
perché "finalmente" gli era venuto un tumore a
un rene.
Continuando a recitare così, e soffrendo sempre di più,
ho compreso il mio atteggiamento errato e ho cambiato: alla fine
mio padre si è salvato. Quindi, non si deve cambiare prima,
seguendo le direttive dell'Istituto, e solo quando sei "migliore"
vai davanti al Gohonzon.
NR 245 Ottobre 2001
Si continua a parlare di rancore: sembra quasi che i membri italiani
stiano recitando con sentimenti negativi e pieni di rancore: "più
si recita daimoku con questo sentimento, più questo cresce
fino a oscurare tutta la vita". E' lo stesso concetto di prima,
negare il potere del daimoku, concetto che poi verrà rettificato
in una nota in fondo al NR n° 248 dallo stesso autore dell'editoriale..
NR 247 Novembre 2001
Si commette lo stesso errore dei due numeri già citati,
anch'esso rettificato in seguito:
"
se andiamo davanti al Gohonzon recitando solo per
decidere chi ha torto o ragione, se una cosa è giusta oppure
no, allora la nostra prospettiva si restringerà solo alle
emozioni e il Daimoku non servirà ad altro che a fare manifestare
ancora più rabbia e scontento". Qui si nega il principio
per cui il Gohonzon è "l'oggetto di culto per osservare
la propria mente".
Questo editoriale esce in un momento sempre più confuso,
in cui molti responsabili sono stati allontanati o hanno dato le
dimissioni per dissenso verso l'organizzazione. Questa affermazione,
quindi, sembra voglia significare che non si deve cercare di capire
se una cosa è giusta o no, ma farla e basta.
Febbraio 2002
Siamo finalmente arrivati alla Risoluzione di Tokyo. Per la nostra
zona, questo documento fu presentato proprio in questa sala, ma
venne consegnato solo alla fine della riunione, in modo sbrigativo,
in modo che non si avesse più tempo per confrontarla con
quanto detto al meeting. In alcuni casi è stato anche detto
di non distribuirla, di non considerarla perché era ormai
acqua passata: i membri di Modena lo sanno bene.
Vorrei soffermarmi su alcuni punti.
"Si è giunti alla conclusione comune che, malgrado
i risultati ottenuti nell'attività, il sistema autoritario
che si è venuto a creare ha provocato la sofferenza di
un gran numero di persone".
Vorrei notare che il concetto di sistema autoritario non è
un'invenzione di alcuni membri invidiosi, ma una esplicita dichiarazione
dei responsabili nazionali.
"In questi 2 anni si è creata in Italia anche una
divisione all'interno dell'Istituto tra chi sosteneva la linea
ufficiale e chi manifestava il proprio dissenso".
A tale proposito, vorrei citarvi una frase di un testo di David
Kertzer, antropologo. Dopo aver spiegato che ognuno ha nella propria
testa alcuni schemi mentali attraverso i quali filtra la realtà,
ignorando ciò che non coincide con gli schemi e accettando
solo ciò che ci si adegua, afferma:
"
tanto più gli individui sono emotivamente
eccitati - in preda alla rabbia, al dolore o all'esaltazione -
tanto meno raffinata è la categorizzazione attraverso la
quale definiscono gli altri. Portato all'estremo, l'individuo
sopraffatto dalle emozioni può operare una suddivisione
cognitiva troppo semplificata e ridurre la gente a due sole categorie:
o "con me" o "contro di me"".
(David I. Ketzer, Riti e simboli del potere, Laterza 1998.
pag. 113)
Questo ricorda tanto il famoso "sei con noi o contro di noi?"
!
"Finché basiamo l'attività sul Gosho e sulle
guide di Sensei, non è possibile che accadano fatti negativi
nell'organizzazione".
Letto con logica opposta: si sono verificati fatti negativi perché
non si ci è basati sul Gosho e sulle guide di Sensei.
"Questo Consiglio Nazionale tenuto in Giappone dev'essere
il punto di partenza, ma il grosso del lavoro dovrà essere
fatto in Italia, dove si riproporranno situazioni simili".
(profezia azzeccata).
Infatti, ci sono stati grossi problemi e dissensi anche dopo questo
viaggio in Giappone, e altri viaggi che sono seguiti. Per quel che
mi riguarda, ad esempio, poco dopo aver ripreso la responsabilità
di capitolo, il mio corresponsabile se ne è uscito con questa
frase: "Marco, non voglio più avere niente a che fare
con te".
Questa persona, come molte altre, hanno ancora paura di sapere
cosa è successo, e quale parte di responsabilità ognuno
di noi ha in questo: facendo così fanno onshitsu che, secondo
la definizione di Claudio Micheli nel libro "Il Buddismo di
Nichiren Daishonin" (pag. 66) significa: "tenere a distanza"
(on) e "non volere ascoltare" (shitsu).
"La profonda revisione nel modo di fare attività
comporta un cambiamento nelle priorità dell'attività
stessa".
Ho già citato il commento di un responsabile nazionale a
questa frase: in realtà, qui a Bologna, si è continuato
a dare ampio spazio a iniziative pubbliche, che hanno una grande
validità, ignorando quasi del tutto la sofferenza di molti
membri; il fatto che siamo qui, secondo me, lo dimostra.
Marco Alberani
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