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ATTI DEL FORUM MEMBRI IBISG - EMILIA ROMAGNA MARCHE
Bologna, domenica 22 giugno 2003, Circolo Benassi
IL MODELLO ORGANIZZATIVO GIAPPONESE IN ITALIA E LA DERIVA AUTORITARIA
NELL'IBISG
Intervento di Fulvio Ciucci (letto da Marina Rossi)
Coabitare con un autoritario è estremamente faticoso.
A volte
l'autoritarismo si manifesta come una mania di aiutare e di
consigliare continuamente; apparentemente il soggetto sembra
la bontà in persona. In realtà chi convive con lui
rischia di
crescere senza personalità autonoma. (Anonimo)
Premessa
Molte sono le domande che si sono poste i membri in merito agli
eventi che hanno caratterizzato, talvolta in maniera drammatica,
la vita dell'IBISG negli ultimi anni: deriva autoritaria, impoverimento
dei concetti buddhisti e deviazioni dottrinali, mancanza di un dialogo
interconfessionale ed interbuddhista, assenza di trasparenza amministrativa
e gestionale, censura sulla stampa interna, mancato coinvolgimento
della base nel processo decisionale su questioni fondamentali, ecc.
Difronte a questi interrogativi ciascuno di noi, credo, ha tentato
delle analisi e, per quanto possibile, cercato di individuare le
cause.
Il mio vuole essere un piccolo contributo - che mi auguro possa
in qualche maniera essere ripreso per approfondimenti di ben più
elevato spessore - su di un aspetto a mio avviso di non trascurabile
importanza: cioè quello dell'aver mutuato, o per meglio dire
subìto, un modello organizzativo tipicamente giapponese,
quindi un modello profondamente lontano, per retroterra storico
- culturale, dal nostro e quanto questo possa aver influito sulle
vicende.
Già al Forum Nazionale del 30 marzo alcuni interventi avevano
in qualche maniera toccato questo aspetto. Tre diessi1
in particolare mi hanno dato lo spunto per tentare un analisi su
come un modello organizzativo lontano dalla nostra cultura abbia
potuto essere causa o concausa delle passate ed attuali gravi problematiche
che investono l'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Il concetto di partecipazione e di democrazia in Giappone.
Il modello educativo.
Quando parlo delle diversità culturali fra l'Italia e il
Giappone è evidente che parlo esclusivamente di diversità,
anche profonde, e che non è mia intenzione avvalorare il
primato di una cultura e/o di una società sull'altra o viceversa.
Credo fermamente invece che il propagarsi, ad esempio, delle forme
di spiritualità orientali in occidente o dell'arte occidentale
in oriente, abbia sviluppato un ricco patrimonio universale, una
ricchezza scaturita dall'incontro di diversi tà storico -
culturali; l'interscambio culturale appare, oggi come non mai, indispensabile
per il superamento delle conflittualità.
Civiltà e cultura non sono cose fisse, immutabili. Tutte
le culture e tutte le civiltà sono di namiche, tutte in uno
stadio di sviluppo destinato a di venire, a svilupparsi; tutte percorse
e spesso lacerate da polemiche interne sulla definizione stessa
della loro identità profonda2. Questo non esclude
che esi stano profonde diversità di vivere e sentire alcuni
valori; le nostre radici sono di verse da quelle giapponesi e questo
è innegabile; sarebbe distruttivo per chiunque appiattirsi
su radici diverse o, peggio ancora, annullare le proprie. Una civiltà
o un popolo che cancellano o rinnegano la loro memoria storica non
hanno un futuro.
Non ho le basi per scendere in una analisi e in un confronto storico-culturale
globale sulle nostre radici e su quelle giapponesi , e sulle loro
diversi tà; mi soffermo quindi solo su di un aspetto che
mi pare si a sentito e vissuto in maniera profondamente diversa
da i due popoli: il concetto di democrazia.
Un aspetto che, come vedremo in seguito, è fortemente sentito
dai membri dell'Ibisg.
Il Presi dente Ikeda3 ricorda come J. Toda sentì
la necessità, nel1946, di dare alle stampe il "Corso
completo di democrazia" (Minchuchugi Daizoka) uno dei primi
testi giapponesi sulla democrazia, proprio perché l'idea
di popolo sovrano e democrazia era un concetto astratto per la realtà
giapponese di allora e, sempre Ikeda, prosegue:
"in un'epoca (anno 2000 n.d.a.) di democrazia solo nominale,
come attualmente accade in Giappone, la Soka Gakkai ha costruito
un movimento di vera democrazia di base"4.
Forse se si usa come riferimento il concetto di democrazia così
come sentito dalla società giapponese, allora si può
affermare che la Soka Gakkai è un movimento di vera democrazia
di base; in Giappone forse, non certo in Italia ed in questo momento
come vedremo.
Quanto affermato dal presidente Ikeda conferma in sostanza la tesi
che la democrazia viene considerata dal popolo giapponese ancora
in maniera astratta e in modo non molto dissimile da come veniva
percepita e vissuta nel lontano 1946. Sicuramente l'imponente crescita
economica dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale -
parallela tra l'altro al boom
economico italiano - ed il conseguente raggiungimento di una diffusa
e alta soglia di benessere ha, in qualche maniera, distolto l'attenzione
su questo aspetto.
Consideriamo ad esempio il processo di elaborazione delle Carte
Costituzionali in Italia e in Giappone; Carte Costituzionali che
presentano peraltro molti punti in comune. Mentre in Italia la Costituzione
viene pensata, elaborata e partorita da una classe politico-culturale
anche fortemente contrapposta da un punto di vista ideologico ma
coesa nell'obiettivo comune dello sviluppo del processo democratico
- una classe che affonda le più recenti radici, aldilà
della tragica esperienza del ventennio fascista, alsecolo dei lumi
passando per la lotta di liberazione ed il Risorgimento - in Giappone
il modello democratico viene imposto dalle potenze vincitrici5
e trasformato in Carta Costituzionale da una classe politico-culturale
figlia di una cultura plurisecolare pervasa da un fortissimo senso
gerarchico.
Ecco il punto: il forte senso di gerarchia che caratterizza la
società giapponese.
In "Ore giapponesi"6 Fosco Maraini descrive
come sono vissute le relazioni interpersonali:
"il Giappone è un paese in cui prima di tutto i rapporti
fra le persone possono svilupparsi senza incidenti soltanto se restano
sul filo di un cerimoniale molto preciso. Questo potrebbe far pensare
che i giapponesi siano persone scontrose e inospitali. In realtà
possono essere affabili e premurosi, una volta stabilita una relazione,
che non è mai una relazione fra due soggetti, ma fra due
entità gerarchiche complesse" .
Quindi il forte senso di gerarchia che permea tutte le relazioni
nella società giapponese: familiari, scolastiche, di lavoro;
una gerarchia vissuta talvolta in maniera acritica e spesso di totale
obbedienza nei confronti del soggetto gerarchicamente superiore.
Il campo educativo ci chiarisce ancor più questo aspetto.
Interessante è l'analisi sulla letteratura giapponese per
ragazzi di Rita Casadei Okada7 che afferma:
"
. Vorrei esprimere alcune considerazioni sul valore
e funzione sociale e relazionale delle favole. La presenza, quasi
consueta, di una guida all'interpretazione in chiave morale del
significato della favola lascia intendere la volontà (che
in Giappone è necessità) di fissare, in una rigida
cornice, ilsistema di valori della società giapponese, incanalando
in quella direzione il pensiero e l'azione dei bimbi. Tra i più
importanti valori sociali comunicati mediante la favola occupano
il primo posto il rispetto per la gerarchia dei poteri, e per quella
generazionale, a sostegno dei quali gioca un ruolo fondamentale
un linguaggio elaborato e oltremodo ossequioso, accompagnati dal
sacrifico e dall'obbedienza celebrati come virtù necessarie
e funzionali al raggiungimento del consenso sociale, vero motore,
in Giappone, delle relazioni interpersonali. Poco spazio viene riservato
alla dimensione creativa, tanto che l'unicità non è
quasi mai connotata positivamente costituendo piuttosto un elemento
di disturbo dell'armonia sociale: uniformità e omogeneità
sono regole della convivenza che è bene imparare da subito.
È sempre percettibile una sottile voce che invita e addestra
all'ubbidienza, alla rassegnazione, all'ordine, all'agire in conformità
delle regole per ottenere il plauso della comunità".
Il miracolo economico cui accennavo prima, affonda le sue radici
nel "miracolo dell'educazione": "un sistema educativo
che parte all'età di cinque anni (e molto spesso a tre) e
che a vent'anni sforna un giapponese disciplinato, docile e rispettoso
dell'autorità" afferma lo scrittore Shuici Kato8.
Steven Platzer9, pedagogo delle Università di
Chicago e Tokyo, confuta l'etichetta di "altamente efficiente
e democratica" che viene attribuito alla scuola giapponese
da alcuni insegnanti americani, affermando che:
"la considerano democratica perché ad ogni bambino viene
propinato lo stesso tipo di educazione. In realtà questa
forma di egualitarismo è una nuova forma di totalitarismo".
Mi viene subito naturale pensare a T. Makiguchi che individuando
bene nel sistema educativo giapponese un sistema teso a formare
individui privilegiando le aspettative della società e le
aspirazioni della famiglia anziché tenere conto in primis
della centralità del bambino con i suoi bisogni, elabora
un modello pedagogico che pone come figura centrale l'essere umano
come creatore di valore10.
Manuela Gandini11 commentando l'opera di Makiguchi dice
che:
"C'è qualche sinistra assonanza tra il nazionalismo
degli stati totalitari dell'inizio del secolo scorso e l'attuale
dittatura del consumo nelle democrazie. Nel primo caso i bambini
venivano (e vengono in certi stati) educati a diventare sudditi
fedeli, nel secondo divengono consumatori acritici nel mondo delle
merci. [...] Makiguchi (1871-1944), pedagogo e maestro di scuola
elementare, battutosi per la trasformazione radicale dell' educazione
del tempo, afferma la centralità del bambino con i suoi bisogni
(quelli veri), e dichiara che lo scopo principale della formazione
dell'individuo è la felicità. Una felicità
scollegata dalla materialità che si costruisce attraverso
lo sviluppo di una coscienza sociale, e la valorizzazione del senso
di interdipendenza tra tutte le cose".
Questo, a grandissime linee, il substrato educativo - culturale
sul quale nasce il modello organizzativo della SG; modello esportato
ed adattato solo con piccole modifiche puramente formali e nulle
nella sostanza, alla realtà italiana.
Il modello di organizzazione dell'IBISG e l'autoritarismo.
Appare evidente la struttura piramidale dell'organizzazione che
richiama, per certi inquietanti aspetti strutturali e dirigenziali,
a un'organizzazione aziendale di tipo multilevel. Asse portante
di questa struttura è uno Statuto illiberale, forse volutamente
formulato in maniera semplicistica e riduttiva e tenuto in così
scarsa considerazione tanto da prestarsi a evidentipalesi violazioni12
proprio da chi dovrebbe esserne custode e fedele esecutore; uno
Statuto che se, ipoteticamente, fosse una legge dello stato sarebbe
rigettata in quanto carente dei necessarirequisiti di costituzionalità.
Sono del parere che la deriva autoritaria, con tutte le conseguenze
ad essa legata, si a stata possibile proprio perché insita
nella struttura stessa; questo tipo di organizzazione, mutuata da
un modello lontano dal nostro per tradizioni e cultura, fortemente
centralizzato e strutturato con delle responsabilità gerarchizzate
e piramidalizzate, contiene già al suo interno i germi dell'autoritarismo.
Prendo spunto da Brian Wilson13 per esprimere il mio
parere che nell'Ibisg gli scopi religiosi originali sono stati oscurati
dalla preoccupazione di mantenere l'organizzazione ben funzionante
per quanto riguarda le tecniche, le procedure e l'efficacia. Le
questioni puramente procedurali sono state spinte così all'estremo
che l'originaria purezza della verità religiosa non è
più considerata il fine per il quale era nata l'organizzazione.
L'organizzazione - che dovrebbe essere un mezzo di supporto per
i fedeli - continua a vivere per se stessa e non per gli obiettivi
per i quali era stata istituita.
In sostanza la centralità che nell'Ibisg dovrebbe essere14:
"L'obiettivo (della SG, nda) è quello di valorizzare
la vita di ogni persona attraverso la diffusione della cultura del
Buddismo: creare una società pacifica basata sul massimo
rispetto della vita, i diritti umani, la diversità, la natura;
attraverso il dialogo, la fratellanza, lo sviluppo dell'educazione.
La Soka Gakkai è un'assemblea di gente comune il cui obiettivo
è quello di
rendere le persone forti, sagge ed allegre: non un gregge di pecore,
ma un campo con una miriade di fiori diversi, dove ognuno manifesta
le sue qualità specifiche", nei fatti è stata
sostituita dalla "sacralità" dell'organizzazione.
Esemplificativo lo slogan mutuato ed estrapolato da un discorso
più complesso del secondo presidente Toda : " La SG
è più importante della mia stessa vita"15.
Va da sé che l'autoritarismo viene di fatto messo in atto
dalle persone, ma, mi e vi domando, sarebbe stato possibile con
un altro tipo di struttura organizzativa e con un altro statuto?
Non credo esista un modello di organizzazione religiosa che garantisca
contro il sorgere al suo interno di tendenze autoritarie; ma credo
altresì che sia fondamentale vigilare, individuare e porre
in atto tutti gli strumenti correttivi perché ciò
non avvenga.
Dice il Presidente Ikeda16:
"
bisognerebbe sottolineare il fatto che lo sviluppo di
un'organizzazione elaborata all'interno di un movimento religioso
richiede una costante vigilanza affinché i mezzi non sovvertano
i fini
Per garantire il funzionamento efficiente delle attività
di un'organizzazione possono essere necessarie strutture di tipo
gerarchico e l'uso di una certa autorità, ma allo stesso
tempo vanno prese anche delle precauzioni che ne evitino l'abuso".
Un modello organizzativo più aderente alla nostra cultura
avrebbe in qualche maniera limitato la deriva autoritaria ma questa
anche può risultare un ipotesi mancando di una controprova.
Certo è che uno strumento fondamentale quale lo statuto,
così come elaborato, non è stato capace di impedire
il nascere e dello svilupparsi del fenomeno.
Ho avuto modo di poter prendere visione dello statuto delle Chiese
Evangeliche e Valdesi - una Comunità alla quale recentemente
è stato fatto spesso riferimento - e debbo dire che esso
contiene, solo apparentemente in maniera pignola, tutta una serie
di disposti e norme che disciplinano nel dettaglio le loro attività:
finanziarie, organizzative, sinodali, teologiche etc.
Un esempio per tutti è il divieto di accedere fra i Ministri
di Culto per coloro che hanno in linea ascendente, discendente e
collaterale ministri di Culto nell'ambito familiare. La differenza
dei due statuti è abissale.
Mi domando allora perché, al momento del passaggio da Ente
Morale a Ente Religioso17 l'Istituto si si a dotato di
uno statuto così concepito.
Probabilmente il processo di riconoscimento da parte dello stato
- la cosiddetta Intesa - ha influito non poco nella scelta.
La "rimozione dell'obiettivo"18 , cioè
la sostituzione delfine con ilmezzo per citare nuovamente B. Wilson,
è stata palese. L'organizzazione prima di tutto; il suo doversi
rappresentare alla società come una organizzazione religiosa
dedita alla pace, alla cultura, all'educazione ed impegnata nella
promozione dei diritti umani. Da qui l'autoreferenziarsi con mostre,
riconoscimenti e raccolta di firme; ma nel contempo calpestando
al suo interno ogniforma dissenso, emarginando le diversità
e tutti coloro che palesavano dubbi e perplessità sulla conduzione
aziendalistica dell'Istituto; tutte cose, queste, che avrebbero
potuto in qualche maniera appannare un'immagine esterna che doveva
essere impeccabile, conditio sine qua non questa, al raggiungimento
dello scopo.
L'atteggiamento fideistico ed integralista di alcuni membri posti
ai vertici nazionali e di molti responsabili - unitamente alla censura
della stampa interna, alla banalizzazione dei concetti buddhisti,
alle deviazioni dottrinali apparse su NR e diffuse ad ogni riunione
- sono state le fondamenta su cui ha poggiato questa campagna.
Conclusioni
Il 30 marzo a Roma durante il Forum Nazionale ho sentito, forse
per la prima volta, la mia appartenenza ad una comunità religiosa;
ho percepito nettamente di essere parte del Sangha.
E questa è una sensazione che ho toccato parlando con molti
altri membri: in tanti ormai chiedono meno organizzazione e più
spiritualità; più ricerca e approfondimento dottrinale
e meno slogan.
Una delle domande che spesso ci si sono poste negli ultimimesi
è: "occorre riformare o rifondare l'Ibisg?" E ancora,
estremizzando l'interrogativo: "è necessaria un'organizzazione
a sostegno della fede?" . E se si , "su quale modello
orientare la scelta?" .
Io credo che un' organizzazione debba comunque esi stere ma che
quella attuale, pur con innegabili aspetti positivi, sia da rifondare
in quanto ha mostrato nel corso degli anni, specie gli ultimi, tutti
i suoi limiti. Occorre quindi ripensare ad un nuovo modello più
aderente culturalmente al nostro pensare; più leggero e meno
accentratore. Forse, ma è solo un'ipotesi tutta da verificare,
come ad una sorta di federazione di comunità locali. E' ovvio
che parlo di un nuovo modello sotto l'aspetto strutturale e non
sotto l'aspetto dottrinale.
Ne consegue un'altra domanda: l'attuale leadership, i nostri Seishokusha
ovvero i "professionisti religiosi"19 hanno
la volontà e le capacità per operare questo cambiamento?
E dato per acclarato che vi siano volontà e capacità
possono, dato il loro ruolo rivestito, operare ad una riformulazione
globale e complessiva della struttura organizzativa? Ad introdurre
significativi cambiamenti ispirati dal buddhismo di N. Daishonin
e dalla realtà storico - culturale italiana?
Queste sono le domande che ora, come non mai, dobbiamo porci ed
alle quali dobbiamo dare risposta.
Io propendo nel credere che non sussista la volontà di un
reale cambiamento.
Un esempio su tutti.
Durante il Corso estivo di Montecatini alcuni membri si riunirono20
per lanciare un segnale forte di una riforma dell'Istituto basata
sul confronto.
Sulla scia nacque un gruppo di lavoro, del quale ho fatto parte,
che elaborò un progetto di revisione dello statuto articolato
su undici principi ispiratori che riporto:
- Statuto basato sulla dignità della persona;
- L'Istituto deve essere centrato sui membri e sui legami umani;
- Il criterio che sottende qualunque decisione deve essere la
collegialità
- Assoluta laicità dell'istituto;
- Assoluta separazione dei ruoli;
- Assoluta separazione tra organi di controllo ed organi decisionali;
- Diritto paritario all'informazione;
- Trasparenza;
- Autonomia locale;
- Consultazione diretta dei membri;
- Inderogabile necessità di un processo di formazione
continua.
Questo progetto fu inviato al CN che ci comunicò che avrebbe
discusso, entro febbraio 2003, con i proponenti. A tutt'oggi, pur
essendo stata costituita una commissione di lavoro di cui niente
si sa, non vi è stato nessun incontro.
Questo è solo un esempio, ma sono numerosi , della indisponibilità
e\o impossibilità di farsi promotori di reali cambiamenti.
E' evidente che il CN sia di fatto impossibilitato ad operare qualche
cambiamento di sorta. Definisco la si tuazione all'interno delCN
come la "logica del Palio di Siena" dove tutta una serie
di veti incrociati ed alleanze paralizza, come nel Palio la partenza,
qualsiasi iniziativa che non sia dettata da una unanimità
spesso raggiunta forzatamente o peggio ancora imposta. E quando
questa viene raggiunta, come ad esempio sull'ormai famoso episodio
della mancata pubblicazione della RdT sul NR21, basta
un intervento esterno che rompe delicati equilibri "politici"
perchè decisioni già adottate siano annullate.
Personalmente, quindi, non credo che vi possa essere riforma o
rifondazione fino a quando i membri del CN attuale rivestiranno
un ruolo decisionale. Mi auguro da parte loro una profonda riflessione
- e sotto questo aspetto hanno tutto il mio sostegno anche con il
Daimoku - sul loro ruolo e su dove stanno pilotando, forse taluni
inconsciamente, l'Ibisg: non certo verso lo sviluppo di Kosen rufu.
Concludo - riferendomi a tutti i membri che facendo tesoro degli
insegnamenti di N. Daishonin hanno sviluppato il libero arbitrio,
lo spirito di ricerca e il coraggio della denuncia - con una citazione
della Prof.sa M.I. Macioti22:
"Si tratta di un potenziale umano notevole, ricco di capacità,
di volontà di ricostruzione e impegno di cui la Soka Gakkai
potrebbe avvalersi e di cui dovrebbe, a mio avviso, fare tesoro
se non si intende incorrere in drastiche scissioni, con la conseguenza
di un inevitabile ridimensionamento e perdita di centralità".
Grazie per l'attenzione e per la pazienza.
Fulvio Ciucci
____________________________
Note:
1 Paola Guessarian - Damiano Bosco - "Il ruolo
del Presidente Ikeda nella vita e nella pratica di un membro della
Soka Gakkai"; Luciano Di Cocco - " Buddismo occidentale
verso i non buddisti: quale atteggiamento? "; Stefania Polzella
- "Organizzazione e fede".
2 Edward W. Said - "Confiniincerti" - Corriere
della Sera, 30 settembre 2001.
3 Daisaku Ikeda - " A lezione di democrazia"
- Nuovo Rinascimento n. 219, maggio 2000.
4 Daisaku Ikeda - op.citata.
5 La dichiarazione della conferenza di Potsdam delle
potenze vincitrici, tenutasi il 26 luglio del 1945 per decidere
il futuro dei paesi sconfitti (il Giappone firmerà la resa
il 2 settembre 1945), sancisce al decimo articolo che: "The
Japanese Government shall remove all obstacles to the revival and
strengthening of democratic tendencies among the Japanese people.
The freedom of the speech, religion and thought, as well as respect
for fundamental human rights shall be established".
6 Fosco Maraini- "Ore giapponesi " - ed.
Corbaccio.
7 Rita Casadei Okada - "Letteratura giapponese
per ragazzi" - in "Pepeverde" n.3/2000, pag.27.
8 Shuici Kato in " In Asia" di Tiziano Terzani-
Longanesi & C. - 1998.
9 Steven Platzer in "In Asia" di Tiziano
Terzani- Longanesi & C. - 1998.
10 Tsunesaburo Makiguchi- " L'educazione creativa"
- Nuova Italia - 2000.
11 Manuela Gandini- "Educazione contro la guerra"
in "IlSole 24 ore", 22 di cembre 2002.
12 Mi riferisco in particolare alle nuove figure di
responsabilità nazionali introdotte l' 8/12/2002 (Presidente
e Vice Presidente Onorari, Vice Direttori Generali) non previste
dallo Statuto (artt.5,6,7,8,9,10,11e12) e
comunque introdotte senza che fossero state apportate preventivamente
le dovute modifiche statutarie.
13 D.Ikeda, B.Wilson "Human values in a Changing
World" anche in BS n° 95, di cembre 2002.
14 "Felicità in questo mondo" , pag.82
- Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai- 2001.
15 Slogan del 16 marzo 2001 per la ricorrenza della
Divisione Giovani.
16 D.Ikeda, B. Wilson, op. citata.
17 L'IBISG è stato riconosciuto come Ente di
culto con DPR del 20/11/2000.
18 D.Ikeda, B. Wilson, op.citata.
19 J. Van Bragt "Una religione mondiale: i suoi
compiti, le sue condizioni.", 1993 - Nanzan University, Institute
for Religion and Culture, Nagoya (Japan).
20 Il cosiddetto Gruppo Adua dal nome dell'albergo
ove si riunirono.
21 Il CN decise, all'unanimità, di pubblicare
sul NR la Risoluzione di Tokyo con un articolo introduttivo, tanto
che apparve in anteprima sul sito web dell'Istituto nella sezione
dedicata al Nuovo Rinascimento. Una lettera di protesta del 16 luglio
2002 a firma di oltre 100 resp., soprattutto del nord Italia, fece
in modo che la Rdt non fosse pubblicata.
22 M.I. Macioti "Tentazioni di potere all'interno
di un nuovo movimento religioso. Il caso Soka Gakkai in Italia".
Relazione tenuta presso l'Università di Firenze, Facoltà
di Sociologia il 23/11/2002.
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