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ATTI DEL FORUM MEMBRI IBISG - EMILIA ROMAGNA MARCHE
Bologna, domenica 22 giugno 2003, Circolo Benassi

COMUNITA' E SOLIDARIETA'

Intervento di Giuseppe Serrani


Dire che la nostra esperienza di uomini e di credenti è andata soggetta, in questi ultimi tempi, ad un rimescolamento di vaste proporzioni, è dire una cosa risaputa, perfino banale.

Forse non è del tutto superfluo però ricordare che la frammentazione dell'universo culturale, la disarticolazione della gerarchia di valori, non è un processo finito. Lo stiamo vivendo ogni giorno, cercando di salvare qualche frammento a noi caro o buttandoci nelle nuove esperienze, con tutta fiducia, per ritrovare un significato alla vita.

Recentemente sono andate in crisi tutte le forme di pratica della Soka Gakkai, quindi di aggregazione religiosa, di organizzazione.
La crisi non si limita per niente agli aspetti visibili: essa chiama a verifica tutta una saggezza vitale e una visione teoretica parallela che faceva da supporto e da orizzonte.
La crisi del religioso raggiunge così le radici di tutta una fecondità della fede. Chi non vede i limiti che nascono dalla pesantezza organizzativa delle strutture Soka, dalla loro efficacia di controllo? Una pesantezza che ha allontanato molti fedeli dalla pratica, che ha impedito una più approfondita conoscenza del buddismo.

Dal Forum nazionale e dalle discussioni in atto, però, a me pare che emerga una novità: una tendenza alla progettualità: in altre parole la volontà di essere qualcosa che non sia solamente un passato resuscitato o riciclato. Si tratta di un progetto di Sangha più attento alla parola o al servizio, più solidale e luogo di gesti profetici.

La comunità buddista che sta formandosi con questi incontri riafferma quello che fu il messaggio fondamentale di Shakyamuni: l'"uomo nuovo" non è l'individuo, e non è un'umanità totale concepita come un grande corpo nel quale gli individui sono solo degli ingranaggi.
La comunità è il vero superamento dei rapporti di dominio. Nella comunità non esiste il dominio del più forte sul più debole, del responsabile sul semplice praticante.
Esiste la libertà: tutti prendono iniziative, nessuno è obbligato a fare la volontà dell'altro.


Nella comunità, tuttavia, libertà non vuol affermare che ciascuno fa quello che vuole, non vuol dire individualismo né anarchia. Al contrario, ognuno fa volontariamente il bene della comunità. Tutti servono tutti. Tutti assumono volontariamente i compiti necessari al bene di tutti. La libertà senza il servizio reciproco porta all'individualismo.

Le migliori espressioni letterarie sulla comunità ci vengono da San Paolo:
"Voi, infatti, fratelli, siete chiamati a libertà. Mediante l'agape siate a servizio gli uni degli altri".
L'agape è l'anima della comunità. Una recente traduzione borghese si è abituata a tradurre agape con la parola "amore". "Amore" però significa una disposizione soggettiva individuale e indica uno stato emozionale o sentimentale.

Agape, invece, è una parola che si riferisce a una realtà sociale. Agape è il rapporto di impegno reciproco tra persone alleate. I membri di una comunità stabiliscono legami tramite i quali si viene a creare un bene comune, una comune eredità.

Tutti partecipano di un bene comune. Perciò la migliore traduzione di agape è solidarietà, che è il vincolo che unisce la comunità.
Infatti, ciò che costituisce una comunità non è né un'organizzazione, né un regolamento, né la sottomissione a una autorità, né determinati beni desiderati o ricercati di comune accordo.
La comunità esiste nella agape, nell'impegno vissuto di ciascuno dei suoi membri.

La agape crea una vita comune che è partecipazione di tutti agli stessi beni. Perciò l'agape è il bene superiore a tutti i doni, essa si identifica con l'"uomo nuovo". Non dipende da niente e da nessuno, né interiormente né esteriormente, ma usa la sua libertà per adattarsi e sottomettersi a tutti.
In questa subordinazione, egli non diventa schiavo. Non abdica alla sua libertà, ma la usa realmente nella disposizione permanente a cercare il bene di tutti. In lui vive la comunità.

Il problema che spesso si pone è quello della diversità: diversità fra uomo e donna, diversità culturale, diversità psichica, ecc.
Una prima soluzione si trova nell'analogia col corpo. Ciascuno esercita la sua diversità. La mano è mano e niente più che mano, e così via. Ogni membro, però, perde la sua libertà di fronte al tutto. C'è eguaglianza perché nessuno domina l'altro e nessuno è indipendente. Ciascuno è la sua diversità.

Un'altra soluzione consiste nel negare la diversità e nell'affermare l'uguaglianza nell'accesso di tutti all'uniformità.
Nella comunità buddista non c'è totalità. Le diversità sono riconosciute, ma la loro complementarietà non consiste nel fatto che ciascuno svolga una funzione limitata. Invece ognuno è membro totale e autonomo. Sta al di sopra della sua diversità. Così l'uomo non partecipa in virtù del suo sesso e non determina la sua azione per mezzo del sesso, e neppure la donna si definisce per il suo sesso.

La complementarietà non è quella di due metà di un corpo totale. Uomo e donna sono ambedue l'uomo nuovo, sono eguali nell'essere umano rinnovato.

Non posso dimenticare un messaggio, apparso su Tracce, di Lella Tagliabue, nel quale questa cara amica denunciava le difficoltà che, almeno in passato, le donne dovevano superare per ricoprire incarichi di un certo rilievo in seno alla Soka Gakkai. Penso che questa situazione permanga, visti gli ultimi organigrammi dell'Istituto.

Come altrettanto non posso dimenticare le remore a consegnare il Gohonzon a persone ritenute mentalmente instabili. Una contraddizione con l'affermazione che il Gohonzon è dentro di noi e che il simulacro è un semplice foglio di carta.

E il rifiuto delle altre scuole? La diversità, in questo caso, è molto marcata, ritenendo provvisori tutti gli altri insegnamenti.
Mi sembra che per trovare il Budda, cioè per frequentarlo, sia cosa saggia avere più itinerari, diversi accessi.

Colui che trova il Budda soltanto in un'unica forma di esperienza, probabilmente non ha esplorato altri itinerari.
D'accordo: alcuni credenti possono aver avuto delle esperienze eccezionali sulle quali ritornano volentieri. Ma l'insegnamento del Budda, c'è anche oggi? Non chiama forse altrove?

Quando si vive come credenti, quando si cerca di ascoltare la parola del Budda nel proprio cuore, un po' alla volta si scopre che il Budda ha un unico amore, un'unica presenza per tutti.

Noi dobbiamo ricostituire il Sangha. Non si ricerca un modello unico che sia la sintesi di tutto. Non si costruisce un edificio nel quale ciascuno abbia una parte limitata e determinata della sua condizione.
Tutti intervengono in tutto. Credo che nella Soka Gakkai non abbiano ancora capito che il dialogo delle diversità è quello che stabilisce il ritmo della convivenza.

Vi deve essere circolazione e interrelazione costanti fra tutte le diversità. La comunità buddista deve capire che i conflitti irriducibili possono essere superati in qualche modo nella realtà concreta.
Né chiusura, né solitudine, quindi, ma accettazione delle provocazioni continue che le diversità producono.

La Soka Gakkai, così com'è, esprime soltanto forme di settarismo. Essa rifiuta ogni azione come se fosse una trappola del demone. Da un lato ci sono i riformatori e, dall'altro, i non riformati, gli uomini vecchi. Da un lato ci sono i movimenti portatori di idee, che sono l'uomo nuovo; dall'altro, il resto dell'organizzazione che è l'umanità vecchia.

Non abbiamo a nostra disposizione nessuna attività pura e perfetta. Non esiste alcuna via che porti unicamente all'uomo nuovo, senza alcuna ambiguità.

Se ci fosse una simile strada tutto sarebbe facile. Tutte le strade rimangono ambigue. Nessuna strada è unica. Noi cerchiamo la verità attraverso una molteplicità di strade che hanno i loro difetti, i loro rischi e i loro pericoli, le loro connessioni con l'uomo vecchio.

L'insegnamento del Budda, però, saprà guidarci attraverso strade imperfette. La nuova comunità si potrà costruire solo in conformità a una confessione della fede vissuta ed espressa personalmente, in un rapporto io-tu, nel gruppo.

Se riforma deve esserci, questa deve rispondere alle nuove sfide, cioè alle esigenze proprie di ogni generazione. L'organizzazione legata più agli incarichi che alla fede non può reggere. Tutto deve ruotare intorno all'insegnamento del Budda.

Per operare non è sufficiente continuare a ripetere che tutti sono responsabili e che ogni praticante è "presidente". Se i criteri derivanti dalla solidarietà con chi pratica devono realmente produrre effetti, allora i praticanti non dovranno essere semplicemente l'oggetto del dialogo ma attivi partecipanti. Se le loro voci devono essere ascoltate, dovranno essere presenti come non lo sono mai state sullo scenario della Soka Gakkai.

I fedeli dovranno avere una parte attiva nel determinare il programma, la procedura, la strutturazione ed anche, perché no, il luogo e la lingua del dialogo!
E non è per nulla facile dire come tutto questo possa venire deciso, perché non è stata questa, di certo, la prassi e lo stile dei decenni passati.

Ma gli esclusi dovranno ora essere inclusi. Se i portavoce religiosi vogliono essere seri nel basare la loro discussione sui criteri etici e sulle responsabilità globali, allora dovranno dimostrare questa serietà invitando al dialogo quelli che sono maggiormente toccati dalle attuali realtà. E sia ben chiaro, quando parlo di dialogo, non intendo nemmeno lontanamente riferirmi all'opportunità di partecipazione alla ripartizione degli incarichi.

Per quanto mi riguarda, personalmente, tali incarichi se li tengano e se li gestiscano se questo può rappresentare per loro il miracolo di Lourdes al quale hanno aspirato biascicando per anni milioni di daimoku. Presuntuosi e superstiziosi.
Dice un canto popolare telugu:

Cibo o casta o luogo di nascita
Non possono alterare il valore di un uomo.
Perché la casta deve essere il massimo?
…Non è altro che un flusso fugace di follia.

Ma ciò che si richiede sopravanza di molto il semplice invitare i praticanti al tavolo del dialogo. Se le loro voci non devono essere semplicemente ascoltate ma anche comprese, se la realtà della loro sofferenza e le loro preoccupazioni etiche devono essere percepite e non meramente registrate, allora tutti i partecipanti al dialogo devono venire, in certo qual modo, coinvolti nella prassi dell'azione contro l'ingiustizia.

Si può ascoltare il messaggio della vittoria solo se si lotta e, quindi, si soffre con loro.

E poi, una sfida importante: preparare la gente perché sia in grado di competere nella dialettica religiosa. Questo è possibile solo in una comunità ove si discute, lontana dai racconti agiografici.

La realtà, attualmente, è questa: la vita dei fedeli si svolge in questo modo:
- daimoku giornaliero
- zadankai quindicinale
- racconto delle esperienze (di solito le stesse, perché i problemi di ciascuno sono quasi sempre gli stessi)
- seminari
- corso estivo
- corso autunnale
- aggiornamento sulle lauree honoris causa
- aggiornamento sulle cittadinanze onorarie, comprese quelle al coniuge
- statistica
- lettura della rivoluzione umana
- rilettura della rivoluzione umana sul Nuovo Rinascimento
- "volo continuo" della fantasia

Se domandiamo a un praticante cos'è lo zen, risponderà che è un insegnamento provvisorio sul quale non vale la pena soffermarsi.
Per concludere, una volta lessi ad una responsabile di un certo livello una bella poesia di
Krishnamurti, quella che fa:

Non amare il florido ramo
Non mettere nel tuo cuore
la sua immagine sola;
essa avvizzisce.

Ama l'albero intero,
così amerai il florido ramo,
la foglia tenera e la foglia morta,
il timido bocciolo e il fiore aperto,
il petalo caduto e la cima ondeggiante,
lo splendido riflesso dell'amore pieno.

Ama la vita nella sua pienezza,
essa non conosce decadimento.

Al termine, la responsabile era commossa, ma avvertendo il pericolo di un insegnamento provvisorio, preoccupata, mi domandò:
"Ma questo Murti è un nostro buddista?".

Giuseppe Serrani

   
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